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"I professori"
I professori
La recensione di Anna Di Gennaro
si può leggere anche sul sito www.orizzontescuola.it
Nel volume edito da ANDREA OPPURE,
sarei tentata di affermare che l’abile autore Aldo Ettore Quagliozzi
abbia scritto la sua autobiografia: infatti, anche se definisce
argutamente il testo “memorie di altri insegnanti”,
riportandone ampi stralci, il Nostro coglie di fatto il suo stesso
respiro, la sua malinconica osservazione del ripetersi di situazioni
paradossali e a volte tragicomiche, che inducono ad interrogarsi
seriamente sui retroscena della professione dai più sottostimata se
non addirittura vilipesa! Con estrema finezza egli ha infatti
realizzato un prezioso lavoro certosino di valorizzazione delle
molteplici esperienze scolastiche di altrettanti colleghi, che merita
adeguata considerazione soprattutto per quanto concerne
l’introduzione paradigmatica di tipologie umane d’insegnanti,
rinvenibili a qualsiasi latitudine, in tempi diversi e - soprattutto -
provenienti da qualsivoglia retroterra socio-culturale. Le personali e
significative introduzioni a ciascuno dei capitoli, unite alla rara
capacità di cogliere in nuce gli aspetti peculiari dell'altrui opera,
rendono estremamente interessante e leggera la lettura. Il suo lavoro
denota altresì spirito di osservazione e spiccata curiosità, doti
prevalentemente "scientifiche", che sottendono una singolare
assertività nei confronti dei colleghi nonché una rara capacità di
estrapolare i tratti specifici di ciascuno, pur rispettandone i
connotati. I capitoli aiutano a rinvenire gli aspetti immutabili della
scuola, nonostante il susseguirsi delle “riforme” per migliorarla
e il “fisiologico” cambiamento evidenziato durante gli anni di
servizio degli autori stessi, poco e raramente ascoltati dalle
Istituzioni. Mi permetto d'individuare un solo neo a proposito della
tanto incensata Mastrocola, una vera saccente, prototipo di quella
categoria di docenti che amano prevalentemente ascoltare se stessi! In
virtù di quanto afferma Piaget “Intelligente è il comportamento
che tende all'adattamento” non ho infatti gradito la lettura del suo
libro di successo di cui si riportano stralci. Mi sono fatta un’idea
a tal proposito, nel domandarmi perché troppi insegnanti si
rispecchiano in lei: che ella stessa sia il prototipo della diffusa
demotivazione? Una verifica oltremodo eloquente e sospetta…Segnalo
quindi - con estrema gratitudine - la presentazione al dossier
"Scuola di follia"(Armando 2005), redatta da Giovanni Bollea,
illustre neuropsichiatria; nella sua breve e preziosa introduzione, il
luminare definisce "delirio narcisistico" il diffuso
atteggiamento ben descritto ne I PROFESSORI: "Molti
insegnanti, però, commettono lo sbaglio di credere che i modi di
vedere e le regole a cui essi stessi sono abituati, siano principi
universali che tutti dovrebbero accettare." Un fatto è
certo, già nel '700 alcuni pedagogisti sconsigliavano di prolungare
gli anni d'insegnamento oltre i 10-15! Mi sorge il dubbio: e se
avessero intuito ciò che è stato di recente scientificamente provato
negli studi comparativi dello specialista Vittorio Lodolo D'Oria,
incuriosito dall'innumerevole stuolo di richieste d'inabilità di
altrettanti docenti affetti da psicopatie, quale membro del Collegio
Medico all'INPDAP. Fu proprio dall’osservazione sistematica di
quattro categorie di lavoratori, che decise di indagare maggiormente,
procedendo a verificare, attraverso la paziente conta di migliaia di
documenti, le dinamiche sottese nonché le gravi conseguenze dello
stress reiterato. Scoprì la pericolosa inadeguatezza dei soliti
luoghi comuni sull’evanescenza della rilassante professione
part-time: il maggior rischio - in dati percentuali - di “disagio
mentale” da usura psicofisica! Segnalo, nell’incipit del bel libro
di Quagliozzi, il ricordo del personale risveglio, al termine
della lunga navigazione scolastica: metafora estremamente
pertinente giacché le procelle sono frequenti! Da rilevare, in
numerose testimonianze, l'alternanza tra la dedizione passionale
assoluta al lavoro/missione e l'apatico distacco ripetitivo del “far
scuola”; si scorgono entrambi gli aspetti della "sindrome del
burnout", nonostante questa rischiosa “condizione” sia citata
unicamente nel capitolo V. L’epilogo è scontato e l'insegnate
finisce - stremata - in biblioteca, dove si augura di vivere
finalmente tranquilla dopo anni si evidente logoramento professionale. "Gli insegnanti conoscono il mondo? In quale forma in quale
misura e con quali strumenti esso deve entrare nella scuola? Che cosa
si deve porre al centro del fare scuola? Quale compito gli insegnanti
possono vedersi affidato?". Mi permetto di concludere -
volando alto - con l’immortale citazione del filosofo Antifone:
“In tutti gli uomini è la mente che dirige il corpo verso la salute
o verso la malattia, come verso tutto il resto”.
Anna Di Gennaro – Milano,
gennaio 2007.
I professori, II
È nato il sito interamente dedicato al libro "I professori"
di Aldo Ettore Quagliozzi.
Per visitarlo, andate su www.iprofessori.eu
I professori, III
Mercoledì 16 maggio alle ore 16.00, nella sala-teatro della Scuola Media Statale "Mattia Preti" di Santa Maria di Catanzaro,
è stato presentato il volume "I professori" di Aldo Ettore Quagliozzi.
Di seguito, troverete un'interessante articolo sulla presentazione di
Elisabetta Zicchinella apparso su "Catanzaro Città"
di venerdì 18 maggio 2007.
I professori IV
Recensione al libro "I professori" a cura di Franca Maria Bagnoli:
"I Professori" di Aldo Ettore Quagliozzi è un saggio sulla scuola, originalissimo, rigoroso, di piacevolissima lettura. Quagliozzi è stato docente in una scuola statale per più di un trentennio, ma per parlare della scuola non si mette in cattedra. Lascia parlare, scegliendoli opportunamente e legandoli tra loro con un filo logico rigoroso, appunto, personaggi noti che hanno avuto a che fare con la scuola pubblica italiana. Da Starnone a Sandro Onofri, da Albino Bernardini a Leonardo Sciascia, da Pier Paolo Pasolini a Manara Valgimigli, e via citando.
Da questa operazione risulta un quadro dai molti colori, molti scuri e sgradevoli, pochi luminosi e appaganti. E, ancora, molte tematiche e problematiche: dal ruolo del docente alla valutazione, dalle condizioni economiche degli insegnanti al loro rapporto con gli alunni, dalla percezione che i docenti hanno di se stessi alla percezione che la società ha di loro.
Io che sono stata nella scuola pubblica per quasi quaranta anni, mi sono ritrovata in pieno nel quadro dipinto da Quagliozzi, rivivendo le crisi, i momenti felici, l’angoscia per i sensi di colpa, il desiderio di fuga e la voglia di restare in quella strana realtà che è la scuola italiana, con la sua assurda burocrazia, con le sue gravi carenze, con le contraddizioni che dai vertici ministeriali ricadono sui docenti, lacerandoli, stressandoli, mettendo in crisi la loro identità.
Traspare, dalle pagine del libro, l’amore dell’autore per la scuola, un amore che, come tutti i grandi amori, si accompagna al dolore. Dolore di dover constatare che questa particolare amata sembra non vivere su questa terra, ma in un limbo dove diventa quasi un fantasma che non sa dove e come andare. Ed è evidente la preoccupazione del futuro dei ragazzi che, nei loro anni più belli, passano giorni, mesi, anni, in aule tristi e grigie, annoiati da discorsi spesso privi di anima che soffocano la creatività e l’immaginazione e diseducati da modelli comportamentali che inducono all’ ipocrisia e all’opportunismo. Vittime di "carnefici" a loro volta vittime della disattenzione della società e della politica ad un’istituzione, quella scolastica, che avrebbe bisogno di cure materiali (più soldi non solo per i docenti, ma anche per le strutture di ricerca come laboratori scientifici e non) e spirituali, come di una seria riflessione sulla politica scolastica in alto loco, e cioè nel labirintico Ministero in quel di Trastevere a Roma.
Il libro di Aldo Ettore Quagliozzi si conclude con una citazione di Sandro Onofri che riporto quasi integralmente per la pungente, raffinata ironia e perché, come dice Ettore, dalla prosa di Onofri emergono tanti bozzetti di professori nei quali (se non in tutti, almeno in uno) ogni professore può rispecchiarsi.
"Quelli che…di questi tempi, con gli scrutini, non fanno che interrogare e interrogare.
Quelli che...tanto non serve a niente.
Quelli che...lo sciopero è solo una perdita di tempo.
Quelli che...chi sciopera crea disagio solo ai colleghi.
Quelli che...fate come volete basta che non mi fate tornare di pomeriggio un’altra volta.
Quelli che...per quello che ci danno.
Quelli che...io, con questi studenti qui, posso concedere al massimo un cinque.
Quelli che...io do tutti sei, mica voglio tornare a fare il recupero.
Quelli che...ma questi sono bestie, cosa gli vuoi dare?
Quelli che...la scuola sarebbe così bella se non ci fossero i ragazzi.
Quelle che...ehi, sbrighiamoci, a me alle cinque se ne va via la baby-sitter.
Quelli che...ma com’è che le colleghe so’ diventate tutte racchie?
Quelli che...abbiamo studiato tanto e guarda come ci ritroviamo
Quelli che...l’hai vista la supplente di ginnastica quanto è bòna?
Quelli che...invece no, questo ragazzo è proprio educato, buono, non disturba mai, sta zitto, zitto: sette!
Quelli che guardano quelli che......e pensano: questi, beati loro, questi non hanno ancora capito".
Il libro di Ettore Quagliozzi dovrebbe essere imposto, per legge, come lettura a tutti i Ministri della pubblica Istruzione, a tutti i Provveditori, a tutti i Presidi, a tutti i Docenti del Bel Paese. Sono esagerata? Non credo. Sono utopista, di quel realismo utopico di cui parla Ernesto Balducci. Sono convinta che la lettura de "I Professori" farebbe un gran bene a tutti i sunnominati.
Franca Maria Bagnoli
Franca Maria Bagnoli è l'autrice di un recente pregevole lavoro, "Una vita negata", pubblicato dalla Associazione Culturale Il Foglio
I professori V
Recensione al libro "I professori" a cura di Antonio Zaccone:
" 'I professori', di Aldo Ettore Quagliozzi, è stato pubblicato di recente da AndreaOppureEditore, Roma (…). L’autore, 'all’indomani della riconquistata libertà', dopo trentadue anni di insegnamento nella scuola pubblica, ha sentito il bisogno di rimettere ordine al suo vissuto da professore. Il 'passato' gli si è presentato drammatico, 'pieno di non-sensi'. Allora si è voluto accertare se la sua esperienza è unica o gode di 'universalità'. Ha raccolta e trascritto varie testimonianze di 'professori' ( scrittori ) e ad esse ha abbinato un suo commento concordante con ogni singolo brano degli autori prescelti. Così ne è venuta fuori l’importante pubblicazione.
Nel commento mette in rilievo la concordanza di vedute col 'pezzo' estrapolato dall’opera dello scrittore cui si riferisce. Riesce a dimostrare, nel contesto della chiara sintesi, che la sua esperienza si inquadra in una validità oggettiva. Dalla lettura del testo si evince che la scuola, di ogni ordine e grado, e in ogni tempo, ha 'navigato' in modo che lascia a desiderare. Le cause ( alcune ): impreparazione della maggior parte di dirigenti e docenti, improvvisazioni metodologiche, culto del registro e del carteggio, scarsa conoscenza degli stadi di sviluppo dell’educando, burocrazia asfissiante.
'I Professori' è un libro scritto con sincerità, competenza, umiltà. Invita alla riflessione chi fa parte del mondo della scuola. Il docente dovrebbe farsi la seguente domanda: - Che ci faccio in cattedra? – ( è una frase dello psichiatra Umberto Galimberti, riportata nella postfazione dell’opera ).
La prosa dei brani trascritti nel testo è quella di importanti scrittori, quali Giovanni Mosca, Pier Paolo Pisolini, Leonardo Sciascia, Gaetano Salvemini, Luigi Settembrini, Francesco de Sanctis, Giani Stuparich, Umberto Galimberti, Paola Mastrocola, Elisabetta Fiorentini, Maria Corti ( tanto per citarne alcuni ). (…)"
Antonio Zaccone
Antonio Zaccone è stato un insegnante di letteratura e giornalista. Ha pubblicato varie opere tra le quali: "I sogni di Luisella", "Metodi dell'educazione e valori fondamentali (Gli stili in Eduardo Spranger)", "Cippi King", "Il grande falco", "Incontri", "Raccolta Miscellanea (selezione di articoli apparsi in tempi diversi su quotidiani, settimanali e riviste)" e, ultimo, il suo racconto "Aspettando il secondo diluvio".
I professori VI
Di
seguito si riporta la relazione introduttiva al Convegno “La professione docente tra passione e disagio”, relazione
tenuta dal professor Franco Fruci,
segretario provinciale della FLC-C.G.I.L di Catanzaro. Il convegno è
stato organizzato con il patrocinio della “Associazione
Professionale Proteo Fare
Sapere” di Catanzaro ed è stato una importante occasione per la
presentazione del libro “I
professori” di Aldo Ettore Quagliozzi.
Questo è il primo libro dello scrittore Aldo Ettore Quagliozzi, di
condizione pensionato, che per un trentennio ha insegnato nella scuola
pubblica italiana. È lo stesso
autore a confessare di aver sentito, con la ‘riconquistata
libertà’, il bisogno di rivolgere dall’esterno, come chi è
uscito da acque perigliose, uno sguardo
su un mondo nel quale, per usare la sua espressione, chi ha la
ventura di fare il mestiere del docente, viene ‘risucchiato’
dall’infanzia ed esce alle soglie della vecchiaia, spesso deluso dal
percorso professionale. Con la sensazione che la sua esperienza non si
sia chiusa con un bilancio positivo e con la certezza di aver
lungamente navigato ‘a vista’, da solo e senza
bussola, in un’istituzione avulsa dal tempo, all’interno di
un sistema immutabile, a dispetto di una società che corre con
inafferrabile velocità. Di aver vissuto insomma dentro un mondo
‘sospeso’, sempre uguale a se stesso. Il libro mi è sembrato una
sorta di ricostruzione autobiografica con una singolare invenzione
letteraria, dove l’esperienza personale è in qualche modo
ricostruita e confortata dalla testimonianza di tanti
professori – scrittori che di altri tempi hanno lasciato
testimonianza e il cui percorso concorda, anzi a volte coincide con
quello di Aldo. La prosa di Quagliozzi è elegante e pulita, a tratti
anche suggestiva. C’è, all’inizio dell’opera, un passaggio
lirico che mi pare una perla. Quel flashback sulla fanciullezza,
legata al ricordo di un nero banco di legno e di un palpitare di cuore
per un’innocente trasgressione. Il resto è un’impietosa analisi
retrospettiva di una istituzione, la scuola per l’appunto, che
‘imprigiona gli anni migliori dei ragazzi e soprattutto dei docenti,
che vi entrano come alunni e vi escono come bacucchi.’ Sono parole
dello scrittore. Ma chi sono i professori del libro di Quagliozzi?
Sono gli insegnanti della scuola pubblica italiana, quelli che Aldo ha
frequentato in più di trent’ anni di insegnamento e che ci presenta
per bozzetti presi a prestito da ‘ Registro
di classe ‘ di Sandro
Onofri.
Sono quelli che…abbiamo studiato tanto e guarda come ci ritroviamo.
Quelli che…lasciamo la macchina alla stazione, sennò lo stipendio
se ne va via per la benzina. Quelli che…a noi ci dovrebbero dare
l’indennità per i rischi che ci accolliamo. Quelli che…per quello
che ci danno! Quelli che… noi che facciamo i professori, lo facciamo
per una vocazione. Quelli che… queste giovani generazioni, senza
valori, senza più padri. Quelli che… tanto puoi insegnargli quello
che ti pare, questi quando escono da qui che ti credi che gli resta?
Quelli che… è tutta fatica sprecata! Quelli che… i genitori sono
peggio dei figli. Quelli che… tanto non serve a niente! Quelli
che… la scuola sarebbe così bella se solo non ci fossero i ragazzi.
Quelli che… a me mi mancano solo due anni alla pensione. Sono quelli
che… ritroviamo dentro il libro, variamente ritratti nella fissità
di storie e di immagini sempre uguali, anche a distanza di lustri. A
testimonianza di una scuola che non cambia, che è al di fuori del
tempo, con le sue abitudini e i suoi stereotipi, caparbiamente
autoreferenziale, “incapace di scelte autonome che ne rimarchino la
specificità sociale”, come dice Quagliozzi. Una scuola che diventa
‘specchio’ della realtà effettuale e quasi mai ‘centro di
elaborazione’ per costruzioni alternative. Una scuola che coltiva
troppi vizi e poche virtù. Che ingoia e metabolizza ogni tentativo di
cambiamento. E per quel poco che il tempo stesso le impone di
modificare si comporta comunque in modo gattopardesco. Una scuola
pubblica che, come scrive Guido
Calogero nel brano che
Quagliozzi estrapola dal volume ‘Scuola
sotto inchiesta’, mortifica tante vive intelligenze ed offre
poche opportunità. Un sistema nel quale da anni si respira
‘un’aria di fatiscenza’ come dice Maurizio
Salabelle nel suo libro ‘L’Istruzione
scolastica’, ispirato alla teoria della descolarizzazione di Ivan
Illich.
Una scuola nella quale convivono in disarmonia specie diverse di
insegnanti: i professori, i professori-impiegati, gli
impiegati-professori, gli impiegati e basta. Lo scrittore Quagliozzi
riporta il giudizio severo di Giovanni
Papini a proposito degli insegnanti che, a furia di ripetere
anno dopo anno le medesime cose, diventano assai più immalleabili di
quel che fossero al principio e spesso si trasformano in ‘aguzzini
acidi, annoiati, vuoti, seccati, angariati e scoraggiati’ che si
riaccendono di interesse solo ‘quando sui tratta di avere qualche
lira in più.’ Così descritti i Professori sembrano maschere,
figure logorate dall’uso, schiacciate tra la presunzione
di un lavoro concepito come la più nobile delle missioni e la
bassa considerazione sociale testimoniata, oltre al resto, da una
retribuzione assai modesta. Come scrive Salvemini
nel suo lavoro su ‘La
condizione economica
degli insegnanti’, per alcuni il docente ‘non è un uomo
che mangia, dorme e veste panni: è un essere astratto, collocato in
un mondo ideale, dove non ha bisogni, non ha preoccupazioni né
dolori’. Per altri, per i più, come dice Sciascia,
egli ‘è uno che mangia pane di governo, che ha un guadagno sicuro e
se ne sta come quei cani impiombati di noia che non cacciano e non
abbaiano e i contadini dicono che mangiano a tradimento. Uno pagato
per non far niente; 180 giorni di scuola all’anno, tre ore di lavoro
al giorno, tre mesi di vacanza.’ Questo nel più banale immaginario
collettivo. Non nella realtà dove viceversa quella degli insegnanti
è una condizione
di rapido declino. Altro che la ‘beatitudine
dell’impiego!’ Specie negli ultimi decenni. Anche come conseguenza
della marginalizzazione della scuola, che viene sempre più
considerata, al di là dei proclami e persino dei programmi, un
insostenibile onere per lo Stato, piuttosto che un settore strategico
nel quale investire risorse, non solo finanziarie. C’è un abisso,
in effetti, tra la scarsa considerazione generale di cui gode la
categoria e la percezione che del proprio ruolo hanno tanti docenti.
In questo simili al vecchio professore De Benedetto, protagonista di
una pagina che Aldo Quagliozzi riprende dal volume di Luigi
Torino – La
giornata di un professore –.
Benché, come molti altri, questo attempato docente sembri
‘non aspettare altro che di arrivare alla pensione’, pure difende
con insospettabile energia il ruolo dell’insegnante. E al giovane
collega che gli riporta i luoghi comuni più banali delle persone, sul
lavoro dei professori, ribatte convinto: - Queste persone si devono
sentire onorate di parlare con te che sei un professore! Il lavoro del
professore non è un lavoro di routine. Richiede passione. Se un
professore non attua tutti gli sforzi per far amare ai propri alunni i
contenuti della disciplina che insegna, rinuncia ad essere un
professore. Il professore che riesce ad accendere nel suo discepolo
una fiammella che lo illumini lungo la strada della conoscenza merita
rispetto- Ma poi aggiunge: - Siamo passati dalla scuola di èlite alla
scuola di massa, fino a giungere all’attuale scuola sociale,
chiamata ad interventi riparatori di tutte le latitanze e le carenze
istituzionali, soprattutto della famiglia e dello Stato. E lavoriamo
per uno stipendio che si eleva di poco dai livelli di sopravvivenza.
Lo Stato paga così male i suoi professori, mentre se c’è una
categoria che tutta la società ha interesse a rimotivare è proprio
quella dei docenti. Nelle loro mani sta la più impegnativa delle
scommesse di un paese moderno: dare ai ragazzi le regole di convivenza
civile e fare di essi dei buoni cittadini, cioè insegnare loro a
vivere e a lavorare.- Eccolo là che aggalla il sentimento della
frustrazione. Il collega giovane percepisce la rabbia che il
professore anziano ha accumulato nel tempo e si domanda se sarà così
anche per lui, che ha ancora tanti anni da lavorare, in un settore
dove si entra ‘da soldati e non si esce neppure caporali’.
Nonostante tutto però, chi esercita il mestiere dell’insegnante
continua, anche dopo aver perso per strada buona parte
dell’entusiasmo e delle illusioni iniziali, a considerare questa
professione una ‘nobile arte’ che, scongiurata la mitologia della
missione, esige però sicuramente una precisa attitudine. ‘Non c’è
opificio più alacre della scuola’, scrive Marcello
Benfante nel suo libro ‘Cattivi
pensieri sulla scuola di un insegnante meridionale’.
Nelle pagine riportate da Quagliozzi egli confessa: - Eppure
amo la scuola. Di un odio-amore schizofrenico, certo, ma non per
questo meno intenso e sincero - E nonostante l’usura del lavoro e i
disagi propri della ‘fatica dell’educare’, afferma con
convinzione che ‘si può andar fieri di una professione difficile,
socialmente utile, dura come poche altre, ingiustamente denigrata e
sottovalutata con esiti disastrosi per l’intera nazione’. E parla
di una scuola nella quale, ‘nonostante il malgoverno di Ministri
incompetenti e l’ottusità di una classe dirigente che sembra
essersi impegnata con tutto il suo cieco potere alla distruzione
d’ogni risorsa educativa, c’è ancora una minoranza virtuosa di
docenti che si impegna, studia, si aggiorna, si informa, fa argine al
degrado con tutte le sue energie morali e intellettuali’. Lavorando,
come scrive Aldo Quagliozzi, nella solitudine propria
dell’insegnante ‘che in tutte le occasioni offre se stesso e la
propria vita e il proprio modo di essere come unico parametro
educativo e di formazione alle nuove generazioni’. Poiché nella
vita scolastica ‘non sembra poter esistere una linea netta di
demarcazione tra l’insegnante, esperto e tecnico della disciplina e
l’insegnante – uomo –maestro, che si faccia carico dei problemi
propri del navigare tormentoso delle nuove generazioni’.
E non sempre si presentano o non sempre si individuano e si
colgono, nella frenesia del nostro tempo, le occasioni che aiutano a
stabilire quel contatto con i giovani che è la premessa fondamentale
per iniziare un qualunque percorso educativo. Non sempre si ha la
fortuna di cimentasi con la fionda di Guerreschi, come racconta
Giovanni Mosca. E poi la prevalenza insostenibile degli aspetti
burocratici della professione distrae oggettivamente dal compito
proprio del docente. Forse sarebbe meglio spendere tempo ed energie
semplicemente per insegnare. Senza scrivere mille volte ‘qual è il
fine né qual è il metodo’, come dice Paola
Mastrocola ne ‘La
scuola raccontata al mio cane’.
Mentre oggi, per decreto, l’insegnante ‘deve fare ben
altro’: Recupera, colma, accoglie, progetta, esplicita, pianifica
l’offerta, cura l’utenza, individua i percorsi, stabilisce gli
obiettivi, disegna la mappa, costruisce la griglia, studia le
strategie, monitorizza, certifica le competenze.’ È un percorso di
guerra! E poi deve essere ‘flessibile, flessibile e disponibile,
disponibile al cambiamento…’ e chi più ne ha più ne metta. E
inoltre deve tenere in ordine il registro,‘perché gli scolari
passano e il registro resta’. Ma, come scrive Aldo, ‘non saranno
decreti, leggi e leggine a creare lo spirito proprio dell’educatore,
per la qual cosa necessita una ricchezza di animo che è impossibile
stabilire per via burocratico – amministrativa’. Anche perché la
burocrazia è di per sé l’impedimento più pervicace ad ogni
positivo cambiamento. C’è bisogno di altro. L’autore riporta nel
suo libro i risultati di una ricerca condotta tra gli studenti inglesi
sull’alto magistero dell’insegnamento. Dicono i ragazzi: - Un vero
insegnante è gentile, è generoso, ti ascolta, ti lascia parlare, ti
difende, non ti trascura, impiega tutto il tempo necessario per
spiegarti una cosa, tiene conto delle tue opinioni, ti dice la verità
–
Insomma è un maestro. Non un povero diavolo oberato
dall’inutile gravame di un lavoro redazionale ripetitivo e
straniante. Ma l’ostacolo che maggiormente scoraggia, nella
‘fatica dell’educare’, è rappresentato dall’incomunicabilità
prodotta da un incolmabile gap generazionale e culturale.
Affrontare con tutti i limiti di un’organizzazione chiusa e pressoché
immobile le ricadute di uno stravolgimento epocale dei costumi,
conseguente a una globalizzazione selvaggia, è opera assai
improbabile. Come scrive Francesca
Graziani nel suo libro ‘Dal
diario di una prof’, nel brano riportato nel testo, la scuola
immutabile si trova di fronte ad ‘una vera e propria mutazione
antropologica’. I ragazzi sono ‘bombardati da una massa di
informazioni che smarriscono subito’ e ‘sotto un’apparente
disinvoltura essi nascondono un senso di insicurezza e di
smarrimento’. ‘Sono incapaci di immaginarsi un futuro’ e non
sono ‘per nulla interessati al passato’. In questo quadro assai
complesso spesso il disagio degli insegnanti evolve nelle forme di
‘un malessere psico-fisico’ conosciuto come la ‘sindrome del
burnout’. Sull’argomento l’autore riporta una delle pagine più
drammatiche, tratta dal libro di Francesca
Giusti ‘Lettera
di una professoressa’, frutto di un’esperienza reale
vissuta da chi ha avvertito il peso dell’assenza di futuro in tutte
le sue manifestazioni
e si domanda con angoscia il perché di ‘uno studio che non
serve a costruirsi una vita e non è nemmeno servito a cambiare il
mondo’. Da chi si è scoperto incapace di ‘offrire agli studenti
un esempio di personalità matura che possa fare da modello
orientativo per come si diventa adulti’. Così che la stanchezza è
diventata spossatezza e la sensazione della ‘inconcludenza della
quotidiana fatica’ è diventata angoscia e l’angoscia è diventata
solitudine e panico. E desiderio di fuga. Per fortuna non è sempre
così. Ma che questo accada, e sempre più frequentemente, è
documentato. Anche da questo libro, scritto con l’amarezza di chi si
è persuaso a un abbandono anticipato per salvare se stesso da quella
‘pubblica calamità che è diventata la scuola.’ Ma che la scuola
l’ha amata e forse la ama ancora. Un libro notevole, questo di Aldo
Quagliozzi, degno di essere letto.
I professori VII
“ I professori “. Recensione
di Rita Maria Militi
Per cortese concessione della Redazione della rivista “ Scuola e
vita “ ricevo dalla cara amica Rita Maria Militi il suo
articolo-recensione “ La Scuola, croce e delizia de ‘I
professori’ di Aldo Ettore Quagliozzi “,
articolo-recensione pubblicato sul numero di Gennaio 2008 della
predetta rivista. Rita Maria Militi è una donna ed al contempo
un’insegnante della scuola primaria calabrese. La cara amica Rita
Maria Militi è una donna straordinaria ed un’insegnante molto
impegnata e partecipe, con una grande sensibilità per le
problematiche proprie della scuola calabrese. In questo impegno senza
limiti trasferisce la sua passione sempre viva e concreta, la sua
intellettualità inesauribile e vivace, partecipando
alla vita associativa di tutte quelle strutture che abbiano a che fare
con la scuola regionale e la sua non sempre facile realtà. In quegli
ambiti, oltre al suo impegno sindacale, occupa un posto di rilievo
nell’associazione professionale “ Proteo Fare Sapere “, della
quale associazione è la responsabile regionale della comunicazione.
La rivista “ Scuola e vita “, editata da Jonia editrice di
Cosenza, è l’unica realtà editoriale della Calabria che si occupi
delle problematiche proprie delle “ Scienze dell’educazione “.
E’ diretta da un’autorità del campo, il professor Giuseppe
Trebisacce, direttore del dipartimento di “ Scienze
dell’educazione “ dell’Università Statale della Calabria. E’
una rivista unica nel suo genere e vive ( o sopravvive, grazie a Dio )
soprattutto per l’impegno dei suoi notevoli, volenterosi redattori e
degli eventuali generosi sottoscrittori del suo abbonamento annuo.
“Ha scritto Claude Lévi – Strauss: ‘Ogni persona ritorna sempre
con la mente ai luoghi che più ha amato’. A partire da qui, da
questo coinvolgimento, da questo ‘odio-amore schizofrenico’, nasce
la fine ricerca antropologica di Aldo Quagliozzi sullo status dei
docenti italiani. Aldo ha cominciato la sua ricerca ‘all’indomani
della riconquistata libertà’ e ha tentato attraverso gli scritti di
altri docenti di dare un senso a quella gran parte della nostra
esistenza trascorsa nella scuola. La memoria lo riporta all’immagine
di un bambino ‘al riparo del ripiano di un nero banco scolastico di
legno’, da qui inizia il percorso di senso, colpevole solo di un
sano narcisismo aristocratico che diventa ricerca, guardare, pensare.
‘Il lavoro, come afferma lo stesso autore, è il trionfo della
lettura non della scrittura’; infatti, definendosi ‘un libridinoso’(termine
preso a prestito da Umberto Eco), ha creato questa sintesi eccezionale
di diversi tipi di testi e li ha composti in un’immagine unica,
simbolica di tutta quanta la classe docente italiana (più di un
milione di persone) attraverso un secolo: ciò ne fa un’opera che
merita di apparire sulla scena internazionale. ‘I professori’ di
Quagliozzi sono i docenti della scuola italiana, descritti attraverso
i testi di scrittori che affrontano il tema della scuola e
dell’insegnamento. Si va da Salvemini a Rossi – Doria, Pasolini,
Bernardini, Sciascia, Settembrini, Santoni – Rugiu, Onofri, Mosca e
tanti altri. Si legge tutto d’un fiato “I professori”; a volte
alcuni passaggi ben rendono il mondo delle emozioni di un docente,
altre, toni di malessere per questa condizione così intensamente
vissuta in questo luogo che, appunto, ‘imprigiona gli anni migliori
dei ragazzi e soprattutto dei docenti, che vi entrano come alunni e ne
escono bacucchi’. Situazioni a volte grottesche, tragicomiche, vere
assolutamente vere, vissute da ‘I professori’, scorrono sotto i
nostri occhi e, almeno in una, ognuno di noi può riconoscersi e
nascondendosi sotto un sorriso, sussurrare: - Ma guarda un po’!-.
Senza volere ritrovi quel
momento, quell’alunno, quel collega, quel dirigente, quella scuola
caparbiamente autoreferenziale, improduttiva, dove si concentrano
tutte le contraddizioni dell’attuale e passata società, quasi mai
centro di elaborazione critica di soluzioni, quasi mai capace di
scelte autonome, nonostante l’Autonomia. Così descritti l’unica
immagine è quella ironicamente tratteggiata di Sandro Onofri (pag.
186) che riporto quasi integralmente:
Quelli che… di questi tempi, con gli scrutini, non fanno che
interrogare e interrogare.
Quelli che… tanto non serve a niente.
Quelli che… lo sciopero è solo una perdita di tempo.
Quelli che… fate come volete basta che non mi fate tornare di
pomeriggio un’altra volta.
Quelli che… per quello che ti danno.
Quelli che… io, con questi studenti qui, posso concedere al massimo
un cinque.
Quelli che… io do a tutti sei, mica voglio tornare a fare il
recupero.
Quelli che… la scuola sarebbe così bella se solo non ci fossero i
ragazzi.
Quelle che… ehi, sbrighiamoci, a me alle cinque se ne va via la baby
– sitter.
Quelli che… a me mi mancano solo due anni per la pensione.
Quelli che… a me ne mancavano tre, ma mi hanno fregato.
Quelli che… lasciano la macchina alla stazione, sennò lo stipendio
se ne va per la benzina.
Quelli che… ma com’è che le colleghe so diventate tutte racchie?
Quelli che… io non ero così.
Quelle che… se rinasco voglio fa la bidella.
Quelli che… i genitori sono peggio dei figli.
Quelli che… guardano quelli che…, e pensano: questi, beati loro,
questi non hanno ancora capito!
Ed eccolo lì solo, stremato dalle riforme che incalzano, dai genitori
esigenti, dai colleghi con i quali non si comunica, sottoposto allo
stereotipo dello scansafatiche, che mangia ‘pane di governo’, che
lavora solo mezza giornata e fa tre mesi di vacanza all’anno, oggi
per giunta considerato anche folle, il povero docente sembra un don
Chisciotte che combatte contro i mulini a vento. Eppure, attraverso la
lettura del libro si riscopre l’essenza della ‘nobile arte’
dell’educare che, fuoriuscendo dalla logica della missione, esige
una precisa attitudine. Infine aggiungo e concludo: i docenti, quelli
che… nonostante tutto ci sono. Quelli che… nonostante tutto si
ostinano a credere e a cercare di trasmettere che un mondo migliore è
possibile (forse sono i soli!!).
P.S. Per eventuali approfondimenti è possibile visitare il sito: www.iprofessori.eu
e il blog: www.ilcavalierdelamancia.com
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