INEDITI

"Evasione" (1966)

Aveva lasciato da quasi un’ora quel mondo relegato, secondo lui, ai confini della civiltà;
ci ripensava ancora col naso schiacciato al finestrino della corriera e più volte si era fatto male a stare in quella posizione, poiché la corriera subiva quei sussulti allorquando si viaggia o si cammina per le strade polverose, pietrose e solitarie dei nostri luoghi.
Aveva lasciato ogni cosa, anzi gli sembrava di avere scordato tutto, almeno per ora; tutto, dalle lise sue manichette che usava per l’ufficio per non sciupare le maniche della giacca, ai suoi libri preferiti, che tanta noia gli levavano quando l’ufficio gli lasciava del tempo libero.
Lui era fatto così; strano forse per un mondo qual’era quello del paese in cui lo avevano mandato.
Cercava costantemente qualcosa a cui aggrapparsi, qualcosa che avrebbe potuto giustificare tutto ciò che faceva; eppure si guardava attorno e non trovava nulla che lo potesse aiutare, che lo potesse sorreggere.
Una speranza del resto gli era rimasta in cuore; poter vivere tranquillamente, senza fastidi, come tutti gli uomini del resto!
Ma come? Gli mancava la cosa essenziale, ciò a cui egli teneva sopra ogni cosa, con un attaccamento quasi morboso e selvaggio.
Da quando la povera mamma era andata via per sempre, egli si era sentito più solo, solo in mezzo alle strade, solo in mezzo alla gente che si affatica, che gode, che soffre; e lui aveva sofferto in un primo momento, poiché l’amore materno, il ricordo di quegli occhi teneri, di quei capelli bianchi, di quelle mani benedette, faceva tardi a lasciarlo.
Ma poi si era ripreso e non aveva più sentito nulla, né godeva né soffriva, e questo lo preoccupava.
Proprio nulla egli sentiva a questo mondo? Capiva che il suo cuore era oramai come un ramo secco che non partecipa più alla bellezza della natura e che chiunque può servirsene; così il suo cuore era divenuto ora che quell’ultimo amore lo aveva per sempre lasciato.
Aveva abbandonato la casa, la città perché gli facevano noia ed a volte anzi sentiva come un odio inusitato per il suo animo buono e sensibile.
Così era andato via, con quella speranza propria di sostituire a quell’amore mancato quello di una brava donna, che a lui tutta si dedicasse, che gli desse il conforto della sua vicinanza, della sua tenera amicizia; con la speranza di formare finalmente quella famigliola, quieta, onesta, che forse l’affetto per la mamma non lo aveva spinto a formare.
Il tempo del resto era trascorso ed egli non aveva ancora trovato ciò che tanto desiderava, quella calma, quella pace e non aveva trovato soprattutto quell’amore che avrebbe potuto riempire il vuoto del suo cuore, del suo letto, della sua casa.
Ora ripensava, guardando per i campi che si svegliavano al nuovo giorno, mentre i contadini salutavano la corriera che strombazzando passava per le strade polverose, pensava che avrebbe potuto anche combinare qualcosa, poiché in verità le occasioni gli si erano presentate.
La Lucia, per esempio, una buona donna sui trent’otto anni che, con sua meraviglia, non si sapeva spiegare come non avesse ancora trovato marito; una buona donna l’aveva egli definita tutte le volte che, nel buio della notte, con gli occhi fissi verso l’alto, la sua immagine era andata ad occupare i suoi pensieri.
Del resto in paese la conoscevano tutti, anche perché era la sarta che aveva quella vasta clientela di provincia, che paga poco e si contenta di poco.
Il parroco stesso certe volte aveva buttato lì per lì delle voci che commentavano i rapporti che sembravano correre tra lui e la Lucia; e sempre lo aveva incoraggiato a concludere, dicendogli ch’era un buon partito, onesto e sicuro e così avrebbero potuto fare un bel banchetto, di quelli che non se ne vedevano da dieci anni a quella parte.
Ma lui no, ogni volta a ripetere che con la Lucia non c’era nulla,poiché erano tutti dei pettegolezzi.
Però ora pensava alla sera in cui si era presentato alla sua porta, aveva aggiustato la cravatta, mentre si guardava attorno e il paese tutto taceva; aveva esitato dapprima, pensando di sbagliare, ma in cuor suo era sicuro che la Lucia al mattino gli avesse fatto intendere che alla sera lo avrebbe atteso.
E lui ci era andato, impacciato e timido, poiché sapeva che alla fine avrebbe potuto rimediare. La Lucia del resto aveva proprio fatto intendere che lo aspettava alla sera, poiché aprì la porta prima che il campanello squillasse.
È stato bene, si scusava lei, poiché le orecchie che origliano sono tante, e il buon nome di loro due valeva tale precauzione.
La cena fu buona, preparata con mani esperte e con quella premura particolare che la donna interessata sa mettere in ogni sua cosa.
Si erano poi intrattenuti a parlare del più e del meno, su come l’annata era stata ed alla fine si erano accordati di vedersi la sera seguente.
Al mattino uno stordimento lo aveva colto al primo svegliarsi, non aveva dormito bene, anche perché il suo stomaco non era poi abituato a quelle abbondanti e succose cenette.
E poi aveva fatto un sogno strano, con mille voci che si rincorrevano, che si scambiavano mille segreti; ed alla fine si era visto lui, rannicchiato su una sedia quasi spagliata e gli altri del paese che intorno gridavano e lo indicavano a dito.
Svegliandosi si era trovato sudato e stordito; pensò subito a ritirare la bottiglia del latte, ma preferì ingurgitare un poco d’acqua con bicarbonato.
In ufficio del resto non rese come sempre; si scopriva spesso a pensare a cose diverse, lontane e poi, se dapprima si era rimproverato, se ne compiaceva.
Vagava ecco, ma sempre gli tornava alla mente la serata trascorsa con la Lucia, risentiva ciò che si erano detti  e pensava alla sera che sarebbe venuta.
Sentiva però che qualcosa la sera innanzi non era andata bene; era sempre sul punto di rammentarsene, ma poi gli sfuggiva quasi per incanto.
Per giunta i colleghi di camera quel mattino gli sembravano strani; si porgevano strane occhiate, e strano a dirsi, lo richiamavano sempre quando veniva ripreso dai suoi pensieri.
Cosa potevano sapere? Qualcuno forse lo aveva visto entrare dalla Lucia? Ma la strada era vuota, e così si rassicurava e scacciava quei fastidiosi pensieri come si scacciano d’estate le mosche.
Quando uscì dall’ufficio corse a comprare qualcosa per la Lucia; poca roba, ma che si sentiva in dovere di portare.
Nel pomeriggio, mentre riposava, gli venne alla mente, come una illuminazione ed una sorpresa assieme, ciò che al mattino lo aveva tormentato; ecco, la Lucia aveva tirato la mano a sé quando egli aveva cercato di prendergliela!
Finalmente, ciò che lo aveva torturato egli lo conosceva. Se dapprima scoprire ciò era stato il suo più grande impegno poiché sperava che, dopo averlo scoperto si sarebbe calmato e riappacificato con se stesso, questa scoperta gli metteva ora in corpo una strana sensazione.
Si sentiva certo in colpa per avere osato tanto con la Lucia, ma del resto si spiegava che lo aveva fatto in un momento di pazzia e che quindi si sarebbe scusato con lei.
Anche questa spiegazione però non gli portò alcun giovamento, poiché continuò a pensare a ciò che aveva fatto; perché, cosa avrebbe voluto fare dopo con la Lucia?
Cero nessun pensiero gli era passato per la mente la sera innanzi, anzi era stato calmo, controllato, quasi assaporasse la gioia di una vita a due.
Ed allora, perché lo aveva fatto? Forse gli aveva dato lo spunto la Lucia? Del resto la sera innanzi lei gli era sembrata diversa, più eccitata e ripensandoci gli era parso anche che la Lucia avesse quindici anni di meno.
E sì che si era abbellita, ma spirava dal suo corpo maturo un’aria ed una sensazione diversa che egli non aveva mai sentito e mai provato in tutte le volte che le era stato vicino.
Del resto era stata lei a volere quell’improvviso incontro, da lei tutto era partito; ed allora perché aveva ritratto la mano quando la sua l’aveva cercata?
Che forse un senso di pudicizia albergasse in quell’animo di donna? Per la qualcosa egli si trovava già con la coscienza a posto poiché sapeva di doverle chiedere scusa.
O forse l’aveva ritirata per altri motivi, forse perché lo detestava e lo aveva invitato solo per farsi burla di lui con le sue amiche ogni volta che poi lo avrebbero incontrato?
O forse aveva scoperto in quel primo incontro che non era quello che lei sperava, un uomo quale una donna vuole incontrare?
Per la qualcosa egli avrebbe dovuto riparare, farle capire che egli era un uomo nel vero senso di tale parola, con tutti i crismi della mascolinità; ma poi, guardando torvo come se la Lucia gli fosse davanti, ripensò alla possibilità che lo avesse invitato per burlarsi di lui.
Allora sì, doveva fargliela pagare, perché lui non era un uomo da burlare e tanto meno da finire nel ridicolo del paese.
Anzi ora pensava al comportamento strano che i suoi colleghi avevano tenuto al mattino e ne conveniva che la Lucia gli avesse tirato un brutto scherzo.
Saltò allora su tutte le furie ed in un primo momento decise che quella sera non sarebbe andato da lei.
Si sentì più libero dopo aver preso tale decisione ma poi lo assalì un dubbio, quel dubbio che tanto dispiaceva al suo orgoglio di uomo; che la Lucia avesse trovato in lui un debole e non un vero uomo?
Ciò lo fece subito trasalire ed egli abbandonò il partito che prima aveva preso; sì, egli ci sarebbe andato, soprattutto per avere uno schiarimento sulla cosa.
Ne aveva tutti i diritti del resto, poiché aveva rischiato la sera innanzi di passare per un dongiovanni da strapazzo, agli occhi del paese.
Al tramonto lasciò il letto e si diede a pulirsi per farsi più attraente; ci teneva che la Lucia si ricredesse, qualora avesse pensato in modo sbagliato sul suo conto.
Quella toeletta da scapolo durò più del solito, tanto che quando andò alla finestra era già buio. Attese ancora al bar con i rari amici che si era fatto in tutti quegli anni e quando poi restò solo nel locale anche egli andò via, con quell’animazione caratteristica che anima coloro che stanno per intraprendere un’avventura.
Giunse più presto del solito alla porta della Lucia e scorse per la finestra che la camera era in una penombra che ami aveva notato in quella casa; un lume infatti la rischiarava appena.
Con un leggero tocchettio bussò alla finestra e dopo poco la porta gli si aprì. Con un dito in atteggiamento tale da imporre il silenzio, la Lucia lo invitò ad entrare, ed egli sentì un odore particolare che quella casa emanava in quella sera.
Ed il ritrovarsi in quell’ambiente familiare gli fece svanire tutti quei propositi di schiarimento che intendeva avere. Seguì la Lucia in cucina e notò sottola luce, che qui non era fioca, quanto lei si fosse abbigliata per quell’incontro: era bella e soprattutto gli ispirava una strana e nuova avvenenza.
Notò che si muoveva nella cucina con leggiadria e sicurezza ed allora sentì in cuore accendersi la nostalgia di una donna, di una casa e di una famiglia.
Forse la Lucia sarebbe stata la sua donna ideale. Estasiato quasi la seguiva con lo sguardo in tutti i suoi movimenti per carpire tutti i pregi che ancora non si erano svelati agli occhi suoi.
L’adorava con gli occhi ed intanto un sommesso desiderio di possesso si impadroniva di lui.
La Lucia di sottecchi osservava lui che, appoggiato allo stipite della porta, la osservava mentre si affaccendava attorno ai fornelli.
D’improvviso qualcosa lo scosse, i pensieri si affollarono nella sua mente ed uno parve imporsi agli altri: la Lucia era pur sempre una donna, lui un uomo che avrebbe dovuto dimostrarle di essere tale.
Che forse con il gesto della sera innanzi la Lucia non avesse voluto porre in dubbio la sua validità?
Scosse il capo come per allontanare una mosca fastidiosa che però puntuale tornava a posarsi sul naso, sulla bocca, sulle orecchie.
Ora sì, era certo, la Lucia voleva una prova; forse gliela aveva chiesta ed egli non lo aveva compreso; o forse no, lei che era donna, doveva attendere la mossa di lui.
Allora si mosse come un automa e gli sembrò una distanza grandissima raggiungere la Lucia dalla parte dei fornelli, dove lei accudiva serenamente.
Le giunse di dietro, la prese attorno alla vita, la portò a sé con violenza mentre lei faceva cadere un piatto in cui stava frullando delle uova.
La strinse con passione, prese a baciarla sul collo, sul mento, sulle labbra, sulla fronte; sentiva che non si sarebbe più fermato, sentiva che una forza superiore faceva sì che la stringesse sempre più forte.
Sentiva quei seni schiacciarsi al suo petto e ne provava gioia immensa. Quella serenità familiare era stata infranta ormai; egli si sentiva forte, virilmente forte, che non aveva il coraggio di abbandonarla.
Un solo pensiero gli attraversò la mente in quei momenti; ecco, la Lucia ora lo conosceva e non avrebbe potuto più dubitare di lui.
Del resto lei era stata docile, anzi quando si lasciarono era rossa in viso, con il grembiule sporco delle uova che aveva rovesciato.
Con la femminilità propria delle donne mature non avvezze a tali avventure, si mise a pulire dove era sporco, raccattò i cocci del piatto e poi si rallindò con una mano i capelli scomposti.
Lui, era andato nella camera attigua e si sentiva svuotato, senza pensieri e quasi senza peso. Una nausea lo prese improvvisamente, si sentì venir meno; sentì la testa girargli forte, forte come una trottola.
Aprì allora la finestra per prendere una boccata d’aria fresca e rianimarsi; anche questo espediente però non servi a nulla, anzi si sentiva sempre più male.
Indossò il cappotto e senza dir nulla lasciò quella casa che tanto gli era sembrata ospitale e serena. Attraversò le strade buie camminando rasente ai muri: una inquietudine lo aveva assalito e gli sembrava che la gente del paese fosse alle finestre per parlare di lui, per indicarselo.
Ecco il sogno, il sogno della notte avanti; ora lo rammentava. Si sarebbe detto che lui  quella sera avrebbe voluto approfittare di una donna sola, buona ed indifesa; forse l’avrebbe anche pagata alla fine e lui sarebbe stato l’inizio di una tragedia per quella donna.
Con questi pensieri giunse a casa, si buttò sul letto con la testa che gli doleva, spossato come se avesse sostenuto una impari lotta con avversari più forti di lui ed alla fine ne fosse uscito vincitore.
Non pensò più a nulla e si addormentò presto; le preghiere per la mamma quella sera non furono dette.
Al mattino si sentì meglio, anche perché l’aria della domenica gli faceva sempre un certo effetto. Non ricordò più nulla della sera innanzi, si lavò, si vestì, fece una magra colazione e poi decise; sarebbe andato in città, avrebbe voluto prendersi una giornata diversa dalle altre, diversa da quelle giornate lunghe, noiose e che non presentano nulla di nuovo nella vita di un uomo qualunque.


"L'Emigrante" (1967)

Correva con il cuore gonfio e gli occhi pure; sentiva le gambe venirgli meno, eppure riusciva ancora a correre.
Spesso alzava il braccio libero e con la manica del cappotto asciugava le lacrime che come rivoli prima distinti, si univano poi a gocciolare sotto il naso.
La valigia gli pesava, quella valigia di cartone su cui i rappezzi erano chiazze notevoli; l’aveva legata con dello spago per evitare che si potesse aprire.
Avrebbe voluto fermarsi, poggiarla sull’erba ancora umida, respirare quell’aria fresca, aspirare ancora il profumo di quei campi meravigliosi, già vestiti a festa per la primavera.
Eppure non si fermava; si sarebbe messo a piangere più forte e poi non avrebbe trovato la forza di proseguire.
Non voleva vederla, non voleva soprattutto vedere che piangeva dalla finestra, con la testa candida, nel suo vestito nero che mai aveva tolto.
Tante volte l’aveva vista piangere; quando il papà li aveva lasciati e quando lui si era ammalato di quella brutta malattia.
Aveva tanto sofferto e questo era ancora un altro dei momenti dolorosi della sua vita. La vedeva comunque; era sempre alla finestra con il braccio alzato in atto di saluto e benedizione.
Andava via da lei, da quella casa odorosa e silenziosa e da quel paesetto che lo aveva visto nascere, crescere e andare sui campi a lavorare con la gente del luogo.
Percorreva quella strada che diritta porta al casello ferroviario, una strada che aveva percorso con i compagni solo per andare a vedere il treno che passava.
Pensava che un giorno sarebbe ritornato, a riabbracciare la mamma, a portarla via con sé o magari, per rimanere sempre in quel posto, che per lui era il più bello del mondo.
Magari, con un po’ di soldi fatti lassù, avrebbe comprato un pezzo di terra, vi avrebbe fatto una casa nuova per la mamma e per la sposa.
Ma ora bisognava andare via, con un dolore immenso ed una grande paura; di non poterla più rivedere.
Camminava ora più lentamente, come per prendere ancora tempo e per fermare lo sguardo ancora su quei posti, su quegli alberi già carichi, sui rovi spinosi, sulle case annerite.
Sapeva che lassù avrebbe desiderato tanto essere al suo paese, parlare con gli amici, giocare all’osteria con loro e raccontarsi tante cose, le cose che si raccontano e si credono proprio perché raccontate e sentite nel paese, fra gente semplice ed onesta.
D’estate, capitava spesso qualcuno che veniva dalla città rumorosa a prendere un po’ di di pace; il suo arrivo coincideva con il periodo in cui per i campi vi era più lavoro.
Ma alla sera, benché fossero stanchi di una giornata passata duramente, si riunivano all’osteria, perché lui, il cittadino, veniva a gustare un buon bicchiere di vino.
E gli occhi erano per lui e le orecchie pure; e raccontava e faceva vivere di cose che a loro erano negate.
Ed in lui i rumori della città, le miriadi di luci al neon, il via vai della gente, formavano immagini magnifiche, anche se non aveva mai visto nulla di simile.
Il racconto poi, di tante avventure, animava in quei poveretti sentimenti che nella campagna lasciano il posto alle cose belle e sane della natura.
Negozi, strade, viaggi e donne erano divenuti immagini vive di un mondo lontano e tanto desiderato.
Ma poi, partito il cittadino, restavano tutti a raccontarsi ancora delle cose di cui erano rimasti più interessati e scoprivano così un mondo più bello che essi non avevano la fortuna di abitare.
Ma ora andava via, aveva l’occasione di andare ad abitare quel mondo, ma gli tormentava tanto di lasciare quello, che si svegliava pian piano, prima con un fruscio di erbe alte, poi col canto degli uccelli e che si animava di uomini e di animali che andavano al lavoro.
Li vedeva tutti, le bestie innanzi e loro dietro, con gli indumenti che erano stati a letto con loro, per sentire meno freddo in quelle case basse, umide ed oscure.
Le bestie fumavano per le narici e gli uomini si scaldavano le mani con l’alito caldo. Li vedeva andare per i campi illuminati dal primo sole, sparire lontano o dietro una curva a gomito di quelle viuzze polverose.
Passava accanto a loro, li salutava, ascoltava ancora una volta la loro voce, le loro parole che fuggivano come il vento; li guardava negli occhi per dire loro qualcosa, li superava poiché andava di fretta.
Lasciava dietro il rumore delle ruote dei carri sulle pietre, ma lasciava anche un mondo che amava tanto.
Lasciava tutto per ritrovarlo; la chiesa dove i ragazzi del luogo, prima che i lavori dei campi li sottraessero precocemente ai loro svaghi infantili, si riunivano per sentire il parroco, ma soprattutto per giocare con i giochi che in questi luoghi si conoscono; l’orto della chiesa, dove non visti, avevano tante volte sottratto alla vigilanza amorosa del prete, i frutti più belli e saporosi; ma poi, lui almeno, quando si era trovato faccia a faccia col prete, aveva confessato ed in cambio aveva quasi sempre ricevuto una carezza, di quelle che i fanciulli di campagna, unici al mondo, non ricevono mai.
Ed il muro di pietre, di fianco alla chiesa, dove la domenica sedeva con gli altri a raccontarsi sempre le solite cose ed a vedere uscire dalla messa gli altri del paese; quante volte su quelle pietre si era strappato il fondo dei pantaloni, già tante volte rappezzati, e quante lucertole aveva acchiappato fra quella pietre, dopo che le aveva viste spuntare per prendere anch’esse un po’ di sole!
Pensava ora quando in quella chiesa avevano fatto il funerale per il papà, con tanta gente semplice e buona, nei loro semplici vestiti di tutti i giorni e li aveva abbracciati tutti, mentre piangeva, e si era sentito in quel giorno un po’ meno solo, ora che tutti andavano per il suo papà; e la mamma piangeva forte, anche durante la messa, ed era stato abbracciato a lei e poi le comari avevano dovuto accompagnarla a casa, mentre lui lo avevano portato in un’altra casa dove gli avevano dato del vino e del pane.
Il suo povero papà non aveva mai lasciato quel posto se non per fare la guerra, una guerra che non voleva e che non sapeva perché si dovesse fare.
Poi era tornato a coltivare il suo campiello, a mettere su famiglia; li aveva lasciati che lui era ancora piccolo, che ancora sul suo viso mancava quella peluria che prelude, più che alla barba, ad un deciso passaggio nell’età.
Voleva bene al suo papà, perché sapeva fare tante altre cose oltre al lavoro nei campi ed anche perché alla sera , sfinito dal lavoro, non andava all’osteria a bere ma restava con loro a fumare ed a suonare l’organetto.
Li aveva lasciati senza dir nulla, perché quando si muore d’improvviso non si ha il tempo di dire nulla.
Ora camminava più velocemente, sentiva che la valigia pesava molto di più; andava alla stazione a prendere il treno, che lo avrebbe portato lassù, lontano dalla sua casa, a lavorare, lontano dai suoi campi.
Andava alla stazione a prendere un treno lungo e nero, su cui non era mai stato, ma che prima avrebbe voluto almeno una volta provare.
Ma ora no, non voleva vederlo, sperava anzi che esso non arrivasse affatto, così sarebbe tornato indietro dalla mamma, nella sua casa, a mangiare le buone cose della sua terra.
Ora avrebbe svoltato, avrebbe iniziato a scendere per una via polverosa, che si fa’ solo a piedi tanto è stretta e tortuosa; dopo non avrebbe più visto le case, la chiese, il suo mondo.
Rallentò ancora, volle poggiare la valigia per terra, per riposare la mano; si voltò e vide ancora quelle case, ma non le distinse bene perché piangeva.
Si asciugò ancora con la manica, si soffiò il naso, continuò a guardare e a piangere; raccolse una pietra, la guardò, la baciò come se fosse stata tutt’altra cosa, poi riprese la valigia e svoltò.
Una cosa avrebbe voluto dire e non la disse, poiché sarebbe stato più forte ancora: “ Addio mamma “, poiché sapeva che non l’avrebbe più rivista.