da "I professori"


Dalla "Presentazione"

Un perché.
Perché una raccolta di memorie di “altri“ insegnanti? La risposta è semplice ed immediata. Ho vissuto una lunghissima parentesi della mia vita nella scuola, come alunno, come studente delle scuole secondarie e della Università e mi sono trovato, certo per mia scelta, a continuare a respirare l’aria della scuola come docente per ben trentadue anni. Cosa si voleva di più dopo quasi mezzo secolo trascorso in quel mondo? In quale altra attività umana si è come risucchiati dall’infanzia sino alla non tarda età? Penso in nessuna.  Ecco la quasi “disumanità“ della mia esperienza scolastica. Si ha allora la necessità, o almeno così è stata da me avvertita all’indomani della riconquistata libertà,  di rimettere un po’ di ordine in questa lunga “ navigazione“ a volte perigliosa, vissuta quasi in uno stato ipnotico, ed al cui risveglio tante cose non tornano al loro posto. Si ha la necessità della verifica di un vissuto che appare ora, dal di fuori, quasi incredibile, pieno di non-sensi, di un tirare avanti in forme spesso disperate e vacue. E le risposte a questa sensazione di vuoto profondo non possono non  venire se solo si allarga anche di poco l’orizzonte delle ricerche, delle verifiche, per verificare per l’appunto se quella esperienza sia stata drammaticamente unica, ovvero se essa goda invece di una universalità che travalica tempo e spazio, sesso e condizione sociale. E dalla ricerca e raccolta di tante testimonianze di “ professori “ di altri tempi e di altri luoghi si scopre che esse  in fondo concordano, anche se non pienamente, sul fatto inequivocabile che le esperienze vissute si riempiono, per somma fortuna, dei “ doni “ personali di ciascuno, di alcuni tratti comuni che rendono l’esperienza scolastica italiana omogenea su tutto il territorio del bel paese ed in tutti i tempi. E tutto ciò torna a conferma di una impressione precisa; l’istituzione “ naviga “ a vista, senza bussola alcuna, e si affida speranzosa a quel di più che ciascun attore della scuola riesce a metterci di suo, spontaneamente se lo possiede, senza che la istituzione provveda a fornirglielo prima e senza che verifichi, in corso di navigazione, il possesso di tutte le credenziali necessarie alla bisogna.

Un obbligo.
Il desiderio di farmi perdonare da tutti gli Autori per avere, molto maldestramente, “ tagliuzzato “ i loro preziosi scritti, rendendoli di certo adatti al mio personale sentire ma forse distorcendone o tradendone l’intento originario che ad essi gli Autori avevano amorevolmente affidato. Gli Autori mi perdonino dunque.

Un trasalimento. È tornare con i ricordi ad un fanciullo goloso, al riparo del ripiano di un nero banco scolastico di legno, come lo erano ai tempi della mia fanciullezza.  Una leccornia amorevolmente infilata nella cartelletta dalla mamma premurosa, il suo gustarne l’infinita prelibatezza, al riparo dagli occhi vigili di un canuto maestro. Un ricevere, inattesa, una pesante campana di ottone, strumento di richiamo solenne ed imperioso al silenzio per noi scolaretti, sulla parte del capo non protetta dal ribaltabile ripiano nero del banco. Un improvviso riemergere del fanciullo di allora con le gote rigonfie, un palpitare del cuore come non mai, un sentirsi  colpevole ed inerme per un atto compiuto con l’infinità semplicità di tutti i fanciulli di questo pianeta chiamato Terra. Un ricordo che ritorna ancora chiaro dopo tanti e tanti lustri, a fissare in una perenne e folgorante immagine una oramai lontana giornata di scuola,  che il trascorrere veloce del tempo non cancellerà mai più.