INEDITI

Antonio Scardino


Da: Macachi (a villa)

Capitolo primo
L'arrivo a Villa

Perché diavolo aprì gli occhi pure quel giorno, Claudio non lo sapeva. Non lo immaginava neanche, sebbene, ogni giorno, ad ogni risveglio spendesse almeno un poco di tempo, nel torpore del sonno, per capire quel mistero. La sola cosa che sapeva essere certa era che, a un certo punto del pomeriggio, dopo una specie di pasto tardivo incastrato fra pranzo e cena, s'addormentava. E non sognava mai. O quasi mai: qualche volta sognava di fiumi in piena e torrenti limacciosi e si svegliava fradicio di sudore; altre volte, raramente, si ricordava al mattino di sogni dolci, lievi, ma oramai non succedeva più da tanto tempo. Normalmente si risvegliava in piena notte, nel silenzio, completamente riposato, sapendo che ancora mancavano quattro ore al mattino. Due ore, forse tre, per addormentarsi di nuovo – magari mangiando qualcosa si placava il senso di vuoto nello stomaco – e poi sarebbe stata la sveglia a provare a metterlo al passo col tempo degli altri. Senza riuscirvi. Nell'arco della mattinata, lentamente, si sarebbe insinuata in lui la certezza comprovata da anni di conferme che, comunque, sarebbe rimasto fino al pomeriggio in una specie di torpore vertiginoso. Era intrappolato in quel personale, unico, rigido ritmo.
Il giorno era entrato nella stanza e i raggi splendenti fendevano l'aria già calda. Uno spiffero di luce violava con tenace insistenza una fessura delle persiane e riscaldava un frammento di specchio, rivelando una profondità inattesa. Proprio lì, dove l'energia muta del raggio di luce spingeva, il potere misterioso dello specchio sembrava ancor più impreziosirsi di un incantesimo: uno strato scuro, più profondo della superficie, si nascondeva sotto la materia riflettente. Mostrava un mondo interiore, un punto di fuga che sfuggiva dietro la parete e nel quale la luce s'era insinuato invece di rimbalzare e perdersi fuori, fisso e muto, assieme alle immagini degli oggetti della stanza da letto. Claudio non riusciva ad alzarsi. Abbandonato al torpore residuo che gli era rimasto nelle ossa, godeva dello spettacolo curioso, da quel punto di vista strano che gli era concesso dalla guancia sprofondata nel cuscino. Guardava lo specchio e divagava, cercando di sfuggire al pensiero che quella mattina avrebbe dovuto andare a presentarsi per la prima volta a Villa Maraini e chiedere lavoro.
S'era riaddormentato. Quando riaprì gli occhi, contento di aver riposato ancora, sentiva di essere più stanco di quando s'era svegliato la prima volta. Ci pensò su per qualche istante: meditò sulla dolcezza della opportunità di rinunciare a tutto. Arrivò perfino a sognare per un attimo di mollare quel progetto, che ora più che mai sembrava assurdo, e di partire con la macchina verso la Francia, lungo la costa ligure, arrivare in Spagna perfino, e non tornare mai più. Poi si sollevò, sedendosi sul letto, con un grugnito. Il suo volto assonnato, la capigliatura scomposta e arruffata, gli oggetti inerti della stanza da letto ancora satura d'oscurità e aria respirata, tutto ciò era dentro quello specchio inclinato sul comò, di fianco al letto, riflessi aggiunti ad altri meno nitidi. Il raggio di sole era sparito e con esso il magico effetto rivelato, il mondo nascosto dietro di esso. Claudio si guardò a lungo, passandosi più volte una mano sui capelli. Sospirando, cercava la forza di iniziare la giornata e si levò sui piedi, trascinandosi controvoglia verso il bagno. Aveva recuperato il telefono portatile dal comò, dove l'aveva lasciato in carica, e attese, seduto sul water, che il proverbiale e immancabile sms di Federica arrivasse, come ogni mattina. La sorella viveva a Brescia con due figli maschi in età da elementari e il marito, pilota dell'aeronautica militare, di stanza in una base da quelle parti. Il trillo soffuso, come un piccolo tonfo sordo, confermò il rituale:
«Gudmonin fratete!» sette e trenta.
Claudio, seduto sulla tazza in attesa di qualche stimolo, prese a digitare la risposta:
«Auduiudu tudei soreta?».
Il tempo di guardarsi attorno e di godere di quel tempo sospeso; poi, il piccolo tonfo sordo della risposta.
«Stoccufigliete indeparc (deris de san everiuere)».
«Evanaisdei soreta»
«Iutu».