| INEDITI |
"La
notizia"
Sulla testa di Luca il cielo si era fatto improvvisamente bianco. Un
bianco sporco che preannunciava chiaramente pioggia. Belisario da
sotto il guinzaglio guardava il ragazzo con l’occhio azzurro e con
l’occhio nero: tutti e due col naso in su sembravano bucare il
cielo; i passanti attorno si affrettavano tra le buste e le compere
per non essere colti dall’ acquazzone che stava per venire giù.
Belisario anche si sarebbe affrettato volentieri e quando vide Luca
ridere a quel cielo bianco imprecò contro chi gli aveva impedito di
avere zampe adatte a portarsi il guinzaglio da solo: che fosse stato
il caso o la biologia o Dio non erano certo pensieri adatti per un
cane.
Luca in ogni modo, ragionò, sarebbe pur dovuto tornare a casa, aveva
quel grosso albero sotto il braccio, e lui zuppo o meno, si sarebbe
messo finalmente davanti al fuoco e per tutta la sera non si sarebbe
più spostato. Quando si sentì grattare l’ orecchio capì: sarebbe
tornato zuppo! La faccia da ebete del giovane preannunciava che
c’era ancora tempo prima di muoversi, tanto da fargli cadere la
prima goccia sul naso.
Il fatto era che a Luca bastavano un nastro, un sorriso, un colore
improvviso per creare un’idea, e da un’idea un personaggio, e dal
personaggio la storia: era così che nella sua testa riposavano sette
impiegati più o meno felici, nove uomini d’affari tutti con la
ventiquattrore, due nonni,una donna sola e una con un marito
pantofolaio, e una miriade di altre vite che si attraversavano,
mutavano e aspettavano una penna per essere fissate su carta. E sotto
Natale quando tutto era di più le storie si moltiplicavano, insieme
ai nastri, ai colori, al desiderio di capire cosa ci fosse di vero e
cosa di falso, cosa pensassero tutti quelli che gli scorrevano accanto
mentre Belisario ballava stanco cercando di non farsi pestare le
zampe, specie quelle posteriori sempre più a rischio.
Ora per esempio quel cielo - dov’era l’inganno? - bianco che
sembrava dire neve, faceva cadere una pioggia fredda e sottile che si
insinuava nelle ossa. Poteva essere una pioggia di liberazione per
portare via tutte le buste e lasciare solo le tre stelle elettriche a
illuminare un uomo con un cane stufo del suo padrone; troppi film
dicevano che la pioggia portava brutte notizie, doveva essere una
pioggia felice. Il dado era tratto. Si torna a casa, pensò Belisario.
Zuppo ovviamente.
La casa era piccola ma calda, con un termo in ogni stanza, miracoli
della tecnologia, un grande camino acceso nel soggiorno e la stufa a
gas che per Belisario significava brodo di carne e per Luca
cioccolata. Bastava quello. Gli amici, quelli erano così leggeri che
bastava uno sguardo a contenerli e la casa per due era più che
sufficiente. Lo specchio vicino alla porta d’ingresso a Luca
ricordava suo padre, o meglio guardandosi là dentro ogni volta
pensava che lui con due lavori, una bella moglie e una passata a
miglior vita e due pupille vive e fiere non si sarebbe accontentato.
Luca era magro, colorato, piccolo, senza barba. Suo padre, il re del
doppio, aveva peccato solo nei figli. Ne aveva avuto uno e pure
malamente. Quando Luca l’aveva capito aveva preso una valigia
-bastava, il resto era in testa- e aveva affittato quella casetta in
periferia dove solo l’amministrazione magnanima del partito di suo
padre aveva portato luminarie
di Natale. Altrimenti non ci sarebbero state neanche quelle. L’unica
cosa che Luca aveva di grandioso era il nome del suo cane, preso
insieme alla casa, come un prendi due paghi uno, quando aveva avuto paura di sentirsi troppo
solo. Un cane, anche quello scontato, in offerta, che avrebbe gradito
molto più chiamarsi Boby o Pallino, dato che tutti ridevano quando
Luca diceva a lui, proprio a lui che con tutte le zampe era alto venti
centimetri: “Andiamo Belisario!”.
Il Natale per Luca aveva di brutto solo una cosa: il pranzo con i
parenti - il confronto -, per Belisario il fatto di restare chiuso
nella cucina della famiglia del padrone, sentendo le imprecazioni a
suo discapito (“Ma perché l’hai portato?” “Quante volte te lo
devo dire che qui non lo voglio?”) ad aspettare gli avanzi. Per il
resto era un’occasione, un motivo in più per pensare, per perdersi
nelle luci, nelle piazze, senza dover essere nessuno, senza essere il
figlio di nessuno, un motivo in più per riempirsi di colori, per
sentire che non tutto finiva, che c’era sempre qualcosa che
ricominciava, perché la casa , se pure piccola, era bella, una
bomboniera, ed era più bello pure Belisario. Io non sono: sono solo
luci e la pioggia è una pioggia buona che scende su una città
felice.
Bevuta la cioccolata, Luca iniziò a togliere il nastro adesivo
agli scatoloni zeppi di palle colorate, di Babbi Natale col naso
sfondato da appendere girati, di festoni spennacchiati che ricordavano
qualcuno che dormiva, finalmente, davanti al fuoco. Erano comunque
belli. Luca iniziò a prenderli uno per uno, a sciogliere i nodi, a
figurarseli già avvolti attorno all’albero nuovo -“un bel vezzo,
quando lo vedrà: si accorgerà che non me la passo poi tanto male”-
finché arrivò una telefonata.
Lasciò ciò che aveva in mano e andò a rispondere, e poi fu la
notizia, cruda, violenta e inaspettata, terribile quanto inattesa,
falsa eppure vera, impossibile da credere. Poi fu la notizia, e le
palle colorate ferme, senza rotolare lontano sul pavimento, che
sembravano lontane; poi fu la notizia, amara, a lui, perché proprio a
lui, ora e non tra cent’anni, perché devo saperla; poi fu la
notizia e le stelle attaccate al lampione che cadono e crollano giù
senza rimedio, perché a volte il destino scorre attraverso la rete di
un gestore telefonico; poi fu la notizia e qui ci sono solo io e la
notizia è per me e la pioggia- i film avevano ragione- che non porta
bene; poi fu la notizia e il Natale scoppiato come un rospo, perché
c’era, c’era, io lo vedevo, lo sentivo, io che l’avevo atteso,
non mi sono ingannato.
Poi fu la notizia. Col pensiero del poi - cosa c’è dopo? - Luca
tornò al suo albero di Natale, perché bisogna pur farlo, per non
pensare, non lo si può lasciare a metà, le piccole cose, Belisario
non s’è accorto di niente, perché a qualcosa bisogna pure
attaccarsi in questi casi, fosse anche un abete finto o un filo
colorato, leggero, forse troppo. E appendeva le palline e piangeva.

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