da "Passanti"


Ancora oltre, dove cominciavano i portici, il Caffé degli Artisti, con moquette rossa di finto velluto, lampadari di finto cristallo, camerieri in finto thigt; là di fronte si trovava a passare il professor Di Ferdinando, insegnante di matematica, di poche parole, probabilmente numerate, in modo che a fine giornata dessero il conto pari, magari una di più di domenica o nei periodi festivi. Vestito matematicamente, alternava il blu e il grigio con cadenza ritmica, pareva scandire i passi secondo il ticchettio del negozio di orologi. Collezionava i buonasera, e li rimetteva nel portafoglio, ricordandosi poi di chi l’aveva salutato o meno, per risalutarlo o no, la volta a seguire. Non raccoglieva le simpatie di molti della sua specie, a malapena lo sopportava la portinaia dello stabile, poco più su il Caffé degli Artisti, perché le leggeva tutte le bollette e i rendiconti della pensione. Era un po’ più concitato del solito, quella sera. Veniva dalla posta, dove si era recato nella speranza che nessuno lo salutasse, perché se lo salutavano voleva dire che lo conoscevano, pensava, e nessuno doveva riconoscerlo in quell’occasione; e se non lo avessero salutato, non avrebbe salutato nemmeno lui, la volta a seguire, perché non si ricordassero di lui, che in quell’occasione non voleva essere ricordato perché non associassero lui a quella busta su cui era scritto “Premio di poesia E. Montale”.

Maria Teresa si specchiava nelle grandi vetrine del caffé proprio mentre passava il Professore. Le paste, da dentro, sembravano chiamarla, soprattutto il babà, quello che piaceva pure a suo nonno, a sua zia e a sua mamma, che era quasi una tradizione di famiglia. Ma Maria Teresa era grassa, e come ogni grasso non avrebbe mai potuto mangiare là, davanti a tutti, davanti al caffé strapieno e mostrare a tutti la sua colpa, specie poi quella sera che aspettava Cristiano e che non aveva trovato nulla da mettersi se non il vecchio cappotto celeste con cui sembrava una bomboniera. Il naso le era diventato tutto rosso a furia di aspettare. Stringeva fra i guanti colorati un biglietto, che aveva fuso tutte le risorse di lei per farsi riempire, perché i grassi non scrivono, perché è meglio che si facciano notare il meno possibile. Eppure la sera prima, Maria Teresa aveva dato fondo a tutte le sue energie per dimostrare che la bocca non le serviva solo per mangiare, per dar voce ad un grido muto che da tempo aveva nell'anima perché lei, proprio lei, la cicciona col naso rosso e sciarpa e guanti colorati voleva parlare. Glielo voleva dire a Cristiano quanto lo amava, lui, l'unico che aveva guardato oltre quella palla che la conteneva, che aveva ridato voce e baci alla Maria Teresa che ogni tanto con lui dimenticava anche la colpa originaria del babà tradito e per pensarlo perdeva l'appetito.

Bi-Bip, un messaggio: sono ancora al lavoro, per stasera conviene rimandare, scusa amore, poi ti chiamo. Alle 18,02 Maria Teresa entrava nel Caffé degli artisti e artisticamente mangiava un babà.

Più in là, dal negozio francese di parrucchiera usciva Francesca; aveva all’incirca trent’anni, gli occhi belli, i più belli, forse, di corso Umberto I, quel giovedì di fine novembre, resi ancora più belli dall'ombra delle occhiaie leggere. Sotto i capelli morbidi e il paltò meno morbido, si vedeva che soffriva. Aveva una busta della boutique vicina, un'altra del negozio di orologi e una terza coperta dalle altre due. Faceva shopping, come la metà delle persone a quell’ora, comprava e spendeva parecchio e più comprava e più spendeva e più si stupiva di non trovare in nessun modo ciò che cercava: la felicità. Le avevano detto che stava anche a basso costo, per invogliare la gente a comprarla, specie nel periodo prefestivo, anzi, nel periodo prefestivo se ne trovava a iosa, eppure lei non riusciva a trovarla. Bene mobile o immobile, chissà? Questi negozianti ormai inventavano di tutto! C’era la felicità dolce che si trovava nei caffé, nelle pasticcerie e perfino nelle enoteche: in questo caso ha la forma dell'involucro che la contiene. Poi c’era la felicità calda, che si trova nelle maglierie, nei calzaturifici e nelle pelliccerie, e questa è la più costosa. Poi c’era la felicità religiosa, quella non costava niente se non il fatto di crederci, ma Francesca non ci credeva e non la trovava. Chissà, forse con lo shopping prenatalizio era finita, eppure non glielo avevano detto che era fino ad esaurimento scorte.

(Da Corso Umberto I, Passanti, pagg. 47.)