INEDITI

"IL MAGICO SOFFIO DELL PAROLE"


“Dov’è il pericolo, cresce anche ciò che salva”
Holderin


Passato

Ero solo un bambino quando si scatenò l’inferno. Vi fu un momento in cui l’aria del nostro quartiere divenne irrespirabile per il numero dei morti ammazzati nelle strade. Una mattanza cui assistevo spaventato e inorridito, domandandomi se fosse questo il modo con cui gli adulti risolvevano le loro questioni e sperando in cuor mio di rimanere sempre bambino.

Col passare degli anni persi l’innocenza e scoprii che vi sono uomini che non possono essere persuasi; l’unico modo per convincerli era ucciderli. Mi resi conto di questo anche a causa di Rosario: un uomo anziano, temuto e rispettato da tutti che avevo sempre considerato un modello. Anche il suo aspetto contribuiva alla sua fama; imponente nel fisico dava l’immediata sensazione di forza, i lunghi capelli bianchi, lo sguardo gelido e una cicatrice sulla guancia, gli conferivano un aspetto sinistro. Era un predatore e mi affascinò.

Rosario non parlava mai di se stesso e del suo passato, non esprimeva giudizi, ma agiva sempre e solo come la sua morale gli comandava. Tutto quello che ho imparato da lui, l’ho appreso esclusivamente guardando ciò che faceva. Ogni volta che notava sul mio viso un’espressione di perplessità ricorreva a una delle sue cosiddette citazioni dotte, che troncava ogni possibile dubbio per le sue azioni. Quella più frequente era: “Chi ucciderà per la causa della giustizia, o per la causa che egli crede giusta, non avrà colpa”, aggiungendo che si trattava di un versetto della Bibbia. Come se ciò bastasse a giustificare qualunque condotta. Nonostante la mia ingenuità ho sempre nutrito dubbi su quest’affermazione e ora ho la certezza della sua falsità, poiché ho letto rigo per rigo le Sacre Scritture senza mai trovarla.

Un simile maestro non poteva che condurmi a una vita solitaria,
colma di rimorsi, e, inevitabilmente, alla prigione.




Presente

Ancora quattro giorni e sarebbero stati dieci, gli anni passati nel “paese della notte”; in questa cella: un fetido buco, di circa quattro metri per tre, nei quali vi è, fissata al pavimento, una massiccia branda di ferro; di fronte, imbullonato alla parete, un piccolo tavolo “gode” della smorta luce esterna, proveniente da una finestra munita di una robusta inferriata: simulacro di una vita che s’infrange tra le mura incatenate. A fianco della porta d’ingresso, sempre ben fissati alla parete, vi sono due stipetti, su uno dei quali poggia uno sgangherato televisore. Infine, separato da una sottile parete, c’è il bagno: uno stretto budello dove “troneggiano” un water e un lavandino.

Nonostante i lunghi anni passati tra queste mura, non sono ancora riuscito a comprendere come degli uomini possano rinchiudere altri esseri umani in simili gabbie. Riflettevo sullo squallore di tutto ciò, quando all’improvviso udii il sinistro stridio del cancello, segnale che la guardia entrava in sezione.

Poco dopo intravidi il suo viso allo spioncino. L’agente mi chiamò, e nell’avvicinarmi notai la grossa busta gialla che aveva tra le mani, su cui vi era il mio nome. La aprì e, dopo averla controllata, mi consegnò il contenuto: una lettera e un libro che subito riconobbi. Emozionato, lo presi tra le mani e socchiusi gli occhi, riandando a molti anni addietro.

Ricordavo nitidamente la solitudine di quel periodo della mia vita. Lunghi anni di latitanza in cui braccato fuggivo da ogni rapporto umano, con l’unica consolazione di aver compreso, attraverso la riflessione, il male fatto. Ma ormai era troppo tardi.

Quel giorno, come d’abitudine, passeggiavo rasente ai muri col bavero del cappotto rialzato e un grosso cappello sulla testa; quando fui attratto dalle vetrine di una libreria. Mi soffermai davanti ad esse e sbirciai all’interno, l’ambiente era semivuoto, così presi coraggio ed entrai.

Numerose stanze intercalate si susseguivano e ognuna era arredata con scaffali ricolmi di libri.

M’inoltrai in quella specie di labirinto, soffermandomi nella sala più lontana dall’ingresso, dove non vi era nessuno, e distrattamente cominciai a osservare i volumi.

Non conoscevo nessun autore, nella vita avevo cose ben più importanti da fare, del dedicarmi alla lettura; ma rimasi colpito da un titolo: “L’amico ritrovato”, di Fred Uhlman. Anche al tatto mi provocava piacevoli sensazioni; senza un perché decisi di comprarlo. Andai alla cassa, lo pagai e come preso da un raptus corsi subito a casa, dove lo lessi tutto di un fiato.

D’allora non sono più stato solo; anche oggi, nella mia cella, sono circondato da amici che mi fanno compagnia: “Le avventure di Augie March” di Saul Bellow, “L’uomo di Kiev” di Bernard Malamud, “Trilogia della città di K” di Agota Kristof, […].

Riaprii gli occhi e accarezzando il libro ne rilessi le ultime due righe:
“Von Hohenfels Konradin, implicato nel complotto per
uccidere Hitler. GIUSTIZIATO”.

Sorrisi felice, un vecchio amico era tornato.



Futuro o sogno

Nel giorno, mese e anno che non so.

Un uomo varca il tetro portone del carcere, non c’è nessuno ad attenderlo; con lo sguardo triste s’incammina senza mai voltarsi, cercando di allontanarsi il più in fretta possibile dal cupo edificio nel quale aveva bruciato gran parte della sua esistenza. Ogni passo sembra avere il potere di rasserenarlo e lentamente, man mano che si addentra nella città, i lineamenti del viso si addolciscono, le spalle incurvate assumono una posizione eretta e anche la testa si rialza. Mentre la fitta nebbia che nasconde la vita si dirada, per incanto, appare una libreria. A quella vista il cuore prese a battergli più forte e la mente ritornò all’unico momento felice che ricordava. Come preso da un raptus, entra. In bella mostra sugli scaffali: Balzac, Camus, Proust […]. Gli amici non l’avevano dimenticato: erano lì ad attenderlo per accompagnarlo nella nuova esistenza.