| da "I
figli del ghetto" Per ben due volte cercarono di ammazzarmi, ma sembrava che il demonio mi proteggesse, poiché ne uscivo sempre indenne e ancora più rabbioso. Il secondo agguato fu organizzato proprio da Salvatore che durante il lungo periodo in cui avevo mollato il quartiere era rientrato a Milano. Lui, insieme a suo padre Vincenzo, aveva ricostituito un piccolo gruppo con cui si dedicava al traffico di droga. Veramente l’idea fu di Vincenzo, che non appena mi vide tornare e si rese conto che non mi si poteva più neanche parlare, ebbe paura che me la prendessi con suo figlio e pensò bene di anticiparmi. Gran brutta idea questa, specialmente perché non riuscirono ad ammazzarmi; quei due cretini incaricati di spararmi, avevano una paura folle e così, non appena mi videro spuntare dal portone di casa, spararono i primi colpi da troppo distante, mancandomi completamente e dandomi così il tempo di poter estrarre la pistola, da cui non mi separavo mai, e rispondere al fuoco, facendoli scappare a gambe levate. Sarebbe bastato che avessero avuto il sangue freddo necessario per attendere che mi fossi avvicinato di qualche metro, e non avrei avuto scampo; e probabilmente avrebbero fatto un favore anche a me. Inconsciamente desideravo la morte. Il vivere mi era ormai veramente difficile. Affrontavo stancamente i giorni, aumentando i rischi cui andavo incontro, così come si va incontro ad un amico, senza alcun timore e con la speranza che arrivi quello fatale. Riconobbi subito uno dei due stronzi che mi avevano sparato:anche se erano incappucciati, non fu difficile associare quello di sinistra a Michele. Aveva un modo inconfondibile di correre, un po’ goffo, perché era altissimo e magro e al posto delle gambe sembrava avere due trampoli, immaginate la corsa di una giraffa e vi renderete conto di come correva. Compresi quindi immediatamente da dove veniva la mano, poiché questo cretino era la persona più vicina a Salvatore. Non persi tempo ad avvertire gli amici; avevo il mio fidato 357 magnum e tanto bastava. Mi recai in uno dei nostri box e, dopo essermi messo guanti e casco, inforcai la moto rubata che tenevamo sempre pronta per le emergenze. Con quella cominciai a fare il giro del quartiere finchè non vidi Salvatore e suo padre, seduti in un tavolino esterno del locale di Ciccio: il bar Scilla e Cariddi. Erano tranquilli, intenti a bersi un caffè, probabilmente i due aspiranti killer non avevano ancora avuto il tempo di avvisarli del fallimento dell’agguato e loro si stavano creando un magnifico alibi, poiché erano sotto gli occhi di tutti. Non pensai a nulla, del resto era ormai un pezzo che non mi curavo dei rischi; mi fermai con la moto subito dietro l’angolo, la piazzai sul cavalletto e con la pistola in mano percorsi i pochi metri che mi separavano dal loro. Posso affermare che non soffrirono, essendo seduti, uno di fronte all’altro, solo Salvatore ebbe il tempo di rendersi conto di quanto accadeva, ma già, senza dire una parola, avevo piazzato una palla nella nuca di Vincenzo, che stramazzò al suolo, e con la seconda centrai lui in piena fronte, facendogli morire in gola l’esclamazione di stupore. Cadde sopra il corpo di suo padre in un grottesco ultimo abbraccio. Lentamente, così com’ero arrivato, mi allontanai, senza preoccuparmi degli strilli delle persone che avevano assistito alla scena. L’unico che non gridava era Ciccio di cui incrociai lo sguardo; il vecchio ricettatore padrone del locale, affacciato alla soglia del bar, mi guardava allontanarmi e seppur protetto dal casco ebbi la netta sensazione che mi avesse riconosciuto perfettamente. |