da "Intermezzo con brio"

"Capo, dalla faccia mi sembri un caimano inferocito stamattina" fece Lallo, entrando nell'ufficio del direttore dell'agenzia investigativa.
"Peggio, sono una belva scatenata" rispose lui sbuffando. "Ho appena finito di leggere il rapporto sul caso Petrini. Mai letto niente di più insulso, melenso e inconcludente. Quella troietta di sua moglie trattata con la vaselina come fosse una vergine a diciotto carati, e quelle prove così poco chiare e consistenti sui suoi tradimenti. È un rapporto colabrodo, fa acqua da tutte le parti. Voglio documenti chiari, precisi, duri che non lascino adito a dubbi. Il cliente ha il diritto di ottenere da noi prove evidenziate con la massima chiarezza: Chiaro? Casso!"
"Caso mai si dice cazzo" intervenne Lallo con ironia.
"Non me ne frega un accidente delle tue zeta, a me piace dire casso. Restituisci il rapporto a quel mollusco del tuo collega e tra un paio d'ore lo rivoglio sul mio tavolo come ho detto, preciso e spietato."
"Okay, capo."
"Un momento! Quando hai finito di farti seghe prepara la richiesta all'agenzia delle informazioni. È urgentissima, casso."
"L'ho già preparata. Eccola!" E gliela porse.
Giacomo si mise a leggerla con la massima attenzione.
"E a te questa robba sembra una richiesta!" sbottò al termine della lettura. "Ma è una petizione, come quelle che fanno i preti alla Beata Vergine dai manti bianchi; una invocazione fervida e pia da paolotti falsi. Quelli quando la ricevono se ne puliscono il culo, casso. Lo vuoi capire o no che viviamo in un universo predatorio e che se non mostri le zanne te lo mettono nel sedere! Non devi chiedere, devi ordinare; non devi pregare, devi minacciare. Fra mezz'ora sul mio tavolo piena di cattiveria." E restituì il foglio.
Entrò in quel mentre la segretaria.
"Una giornata no, mia cara" fece cercando di distendere la sua faccia grintosa. "Ho un diavolo per capello. Che c'è?"
"Un giovanotto chiede di essere ricevuto."
"Fallo passare. Speriamo che non mi faccia girare le palle anche lui ."
Entrò un giovane aitante, sui trent'anni, molto elegante.
"Chiamami Tonino", esordì sedendosi disinvolto e porgendo la mano con un sorriso sfrontato sulle labbra. Giacomo, sorpreso per quello strano comportamento, rimase incerto su come reagire ma fu prontamente preceduto dal giovane.
"Vedo che stai arrovellandoti per capire lo scopo della mia visita", fece il giovane con sfacciata disinvoltura. "Te lo spiego in due parole" proseguì sicuro. "Prima però deve fare un piccolo preambolo: davanti a te, qui presente sul posto, si trova il detective più bravo, più innovativo, più immaginifico del secolo."
Giacomo, incredulo ed stupefatto di fronte a questa esternazione, rimase muto per qualche istante, poi scoppiò in un sonora risata. "Pochi minuti fa" fece sghignazzando, "avevo, come si suol dire, un diavolo per capello e sentivo la voglia matta di sbranare qualcuno. Stamattina non me ne è andata una dritta. Me le tue parole, pronunciate con tanta sicumerica sfrontatezza, mi hanno improvvisamente scaricato tutta la rabbia che avevo in corpo e mi hanno riempito d'allegria. Non capita tutti i giorni di incontrare un individuo sbruffone, spaccone e millantatore alla pari di te. Sono occasioni rare e bisogna godersele come si deve. Ne convieni?"
"E come no!" rispose il giovane col più amabile dei sorrisi. "Solo che le mie non sono spacconate ma sublimi verità. Vedi" proseguì con pacatezza, "tu lavori ancora all'antica. Quanti chilometri, a piedi o in macchina, devono fare ogni giorno i tuoi segugi per scoprire qualcosa? Io lavoro senza consumare le suole delle mia scarpe o i pneumatici della mia macchina, ma con metodi nuovi."
"Cioè?" fece Giacomo con un ghigno.
"Devo prima fare un'altra premessa. Ho ricevuto dalla natura un dono meraviglioso, paragonabile ad un sesto senso. Di fronte ad una qualsiasi porta: di una casa, di una cassaforte, di uno scrigno e così via, sento un'attrazione fortissima ad aprirla e un istinto sicuro su come procedere per farlo. Non c'è porta che mi resista."
"E allora perché non fai lo scassinatore?" fece Giacomo con sarcasmo.
"Hai messo il dito nella piaga" rispose Tonino mordendosi le dita. "Quando la porta mi si spalanca davanti, una forza irresistibile, più forte di ogni mia volontà, mi impedisce di appropriarmi di qualsiasi cosa mi capiti tra le mani, di attuare il ben che minimo furto."
"Un caso di onestà a ventiquattro carati, forse unica al mondo" ghignò Giacomo, sempre più divertito che mai. "Ma allora che ti serve ad essere così abile ed aprire le porte?"
"Qui viene il bello! Io apro la porta, entro senza fare il minimo rumore, senza sollevare neanche un granellino di polvere, invisibile come un'ombra, e piazzo in tutte le stanze, anche nel cesso, perché le scoregge sono importanti, le mie cimici invisibili."
"Le tue cosa?", fece Giacomo sorpreso.
"Le mie cimici. Io sono un esperto elettronico e a Londra, alcuni anni fa, ho seguito un corso sulle cimici che usano gli 007 di tutto il mondo. Conosco tutto su queste infernali microspie. So piazzarle in ogni luogo con estrema rapidità e nel modo più invisibile. Sarei capaci di piazzarle anche nel culo di un uomo a sua insaputa. Sui vestiti poi non ne parliamo."
"E poi?"
"Poi nella mia stanza, sdraiato nel divano, accendo un apparecchio sofisticatissimo e ascolto tutto, proprio tutto, anche le scoregge, e in poche ore scopro un mucchio di cose che tu, col tuo vecchio metodo, neanche in settimane di pedinamenti potresti scoprire."
"Ammesso che questo sia vero" fece Giacomo che già cominciava a perdere il suo sarcasmo. "perché con queste tue doti sovrumane, con questa tua altissima specializzazione tecnica, non ti sei messo in proprio?"
"Hai messo il dito in un'altra piaga", sbottò Tonino con una smorfia. "Purtroppo io sono nato gregario. L'idea di dirigere qualcosa, di avere continue responsabilità burocratiche, fiscali, sindacali e così via mi manda in tilt. Voglio solo lavorare a modo mio e tirare la paga a fine mese."
"E come mai proprio adesso mi capiti tra i piedi. Finora cosa hai fatto? Hai piantato cavoli?"
"Ho lavorato per una grossa agenzia investigativa della capitale che tu neanche immagini. Solo che alcuni mesi fa è morto un mio prozio, dopo una lunga sofferenza, e così io e lui siamo passati a miglior vita."
"Cioè?"
"Conosci quella villetta, un po' démodé, circondata da un piccolo ma civettuolo parco, che si trova quasi al termine di Via Marconi?"
"Vagamente."
"Ebbene, l'ho ereditata dalla buon'anima di mio prozio e mi ci sono installato da poco con somma gioia. Ecco perché ho dovuto mollare il mio precedente lavoro nella capitale e mi sono rivolto a te. Oh.." fece col più amabile dei sorrisi, "non ti chiedo mica di assumermi su due piedi. Prima mi devi mettere alla prova. Mi dai un nome ed io in ventiquattro ore ti so dire tutto su quel personaggio, anche i risvolti più intimi."
"Cioè?"
"La marca delle mutande, se sniffa, quante volte lo mette o lo piglia..."
"Ho capito. Ho capito. Basta e avanza " lo interruppe Giacomo che già gli era piovuto in testa un trucco per mettere alla prova la millantata bravura di Tonino. "Eccoti il nome: Elvira Piani" concluse scrivendolo in un foglietto."Dopodomani mi porti il tuo rapporto su questa signora e vedrò come te la sei cavata."
E con una stretta di mano lo accomiatò.
"Cristo, ma tutti i matti devono capitare proprio a me?" sbottò grattandosi i capelli all'uscita di Tonino.
"Ti trovo un po' più sollevato, capo" fece Lallo entrando con la nuova richiesta in mano. "Sei quasi sorridente, il che è tutto dire!"
"Ho appena incontrato un figlio di mignotta che mi ha riempito di buonumore. Se solo facesse appena un quarto di quanto spara, casso, sarebbe una cosa incredibile!" E gli raccontò in breve l'accaduto suscitando le più ampie risate del suo collaboratore.
"Fammi vedere sta richiesta" chiese alla fine mettendosi subito a leggerla.
"Non è brutale come io la volevo, ma visto che non sai fare di meglio inviala subito per fax e buona notte al secchio."