| Salirono dunque per la scaletta e si ritrovarono
in un posto in cui filtravano raggi lunari da alcune strette feritoie
che facevano da finestre. L'illuminazione, tuttavia, non bastava, così Dareil
batté le mani e subito luce fu. Si guardarono intorno e videro una stanza circolare con un tavolaccio ingombro di astrusi alambicchi, strani strumenti e ingredienti bizzarri. Lungo le pareti innumerevoli scaffali erano riempiti di libri e tomi riguardanti alchimia, anatomia, antropologia, astrologia, astronomia, bulbologia, calligrafia, cartografia, e chi più ne ha più ne metta. In un angolino c'era poi un piccolo scrittoio con un libro aperto e alcune carte. Dareil vi si avvicinò e vide che il volume trattava di droghe e tossine esotiche ed era spalancato in corrispondenza di un particolare tipo di polvere dal nome di "farina del demonio". Il mezz'elfo, incuriosito, cominciò a leggerne le proprietà e apprese che tale sostanza era un potentissimo veleno macinato di colore violetto in grado di sciogliere la pietra e di uccidere una persona all'istante con la sua sola inalazione; diluendo con acqua tale polvere si poteva ritardarne l'effetto di qualche ora. Sul lato della pagina c'era un disegno alquanto realistico di un uomo completamente e macabramente rinsecchito. Rabbrividendo Dareil guardò il resto delle carte, scoprendo una lista con i nomi di tutti gli abitanti e gli ospiti della fortezza; uno dei nominativi era cancellato: Diamondarius XII, mentre altri erano sottolineati: quello del principe elfico Dierlanoriel, del conte Albano, della regina, del Primo Magistrato, del bagatto, di Pusseng e, sul fondo... il suo! "Oh, no! Questo vuol dire che lui ha eliminato il re, che ha il nome cancellato, e quelli sottolineati sono quelli delle persone che intende uccidere prossimamente! Cavoli, ci sono anch'io! Un momento, però: perché questo pazzo vuole uccidere il conte o il bagatto? Non ha senso... Forse ha sottolineato tutti questi non perché li vuole uccidere," tentò di convincersi "ma per qualche altro strano motivo..." Non si fece altre domande e continuò a guardare in giro. Trovò quindi una copia di una poesia, che riconobbe essere la "Ballata di Malinor", quella che il bardo aveva cantato la sera del primo banchetto. La esaminò e vide che alcune parole di essa erano cerchiate: l'Alto e il Bello, il Basso e il Brutto, e poi gli Eroi, l'Odio represso e l'Inganno letale, e ancora: La forte Spada e i poteri suoi / E all'Est e all'Ovest fecero ritorno. Cercò di memorizzare tutte le parole evidenziate, quindi cercò qualcos'altro di interessante. Rovistando trovò un semicerchio metallico pitturato di viola lungo circa venti centimetri, e altre scartoffie con appunti illeggibili. Stava per frugare in un altro posto, quando sentì Iado emettere un urlo strozzato. Dareil si voltò di scatto e vide che il bambino stava come soffocando; la sua pelle era diventata cerulea, e il suo volto verdognolo: «Iado, cosa c'è?» «Coff, coff, ho bevuto lì e... coff, sto... coff... aiuto!» Il mezz'elfo vide nella mano sinistra del piccoletto una fiaschetta completamente vuota: «Oh, no! Chissà cos'hai bevuto! Ma perché?» e corse a prendere tra le braccia il mezzestre, il quale, impauritissimo, stava per stramazzare. «Non avere paura: se era un veleno, qui intorno c'è di sicuro un antidoto. Prova questo!» E gli fece ingollare una bevanda rossastra. Il bambino tornò per un attimo in sé, ma poi ricominciò, peggio di prima, ad asfissiare: «Oh, no, no, no! Prendi, trangugia!» e gli cacciò in gola una roba simile ad olio. A questo punto Iado fece un rutto di impressionante e dalla sua bocca uscirono fiamme. Dareil, dai riflessi sempre pronti, scartò di lato il getto di fuoco, quindi prese tre altre fiaschette e le mise dritte dritte tra i denti del mezzestre, rovesciandole. Questi si riprese in un battibaleno. Dareil sospirò di soddisfazione e si asciugò la fronte; Iado, invece, esclamò: «Accipicchia, che spaghetto! Pensavo che crepavo. Chissà se da morto avrei rincontrato il mio nonnino, quello basso, basso, che un giorno, mentre beveva, è caduto nel bicchiere! Sai che aveva sposato la mia nonnina sui trampoli, perchè così almeno riusciva a vederle le scarpe? E poi una volta un cane...» «Ia... Ia... Iado!» «Oh, scusa, parlo troppo?» «No, cioè, sì... ma, ma, ma... non è questo il problema!» «Ah no? E allora cos'è?» «Guarda in basso!» «Aaaaaaaaaaaaaaaaahhhhhhhh!» il bambino cacciò un urlo assordante: stava volando! «Oddio, oddio, oddio, fammi scendere, signore, fammi scendere!» «Ci sto provando!» esclamò Dareil, il quale saltava per riprendere il mezzestre, ma non riusciva a raggiungerlo perché il soffitto del laboratorio era così alto che il piccoletto continuava a levitare. Il servitore volante, intanto, stava cominciando ad apprezzare la cosa, benché non sapesse minimamente controllarla, e ad un certo punto, mentre gridava «Che bello!», una folata di vento da una feritoia lo fece uscire da una finestrella e volteggiare nel cielo. «Aaaaahh! Che bello! No, che fifa! No, che bello! No, che fifa! Aaaaahhh!» Iado non si sapeva decidere. Dareil, intanto, si sporse dalla finestra, ma Iado continuava ad allontanarsi verso l'alto. Allora il mezz'elfo cercò un modo di salire anche lui, e vide una scaletta a chiocciola dietro ad uno scaffale; cominciò a fare i gradini a tre a tre continuando ad applaudire forsennatamente per accedere tutte le luci possibili, e si ritrovò in una stanzetta piccola e vuota, nella quale la scala continuava a salire. Continuò l'ascesa e sbucò infine in un angusto spazio con alcune finestrelle e un cannocchiale gigantesco: probabilmente l'osservatorio del mago, dal quale poteva dominare l'intera fortezza. Il giovane Kihron udì fuori da una finestra le urla di gioia e spavento di Iado, ma ormai il bambino era troppo lontano, così lo vide allontanarsi inesorabilmente verso il colle a nord della fortezza, dal quale nasceva un perpetuo vento, che, per essere compensato, provocava ad altezze vertiginose un fortissimo risucchio, dentro al quale era stato preso il mezzestre. Dareil afferrò quindi il cannocchiale e lo puntò verso Iado, cosicché lo vide, sorridente, salutare in sua direzione, inoltrandosi senza possibilità di ritorno verso l'alto colle chiamato Picco Vento.
INEDITO: Il Violinista - una fiaba natalizia Scritto il 21/12/2006 al Politecnico di Milano durante una lezione non particolarmente interessante di meccanica dei fluidi. C'era un violinista seduto su una stella che vagava per l'universo.
Il violinista sapeva solo suonare, nulla più, e il suo scopo
era quello di rendere più bello il cosmo; infatti la sua
musica lasciava dietro a sé una scia dorata, fatta di polvere
lucente, che ondulava e si modellava secondo le note che uscivano
dallo strumento. Ora: il violinista è ognuno di noi, che vive nell'universo per amare ogni creatura vivente. La musica sono le nostre azioni, che lasciano dietro a sé una scia. La stella è il nostro destino, il corso della nostra vita, che ci porta dove vuole, spesso contro la nostra volontà. Gli stregoni sono le persone che incontriamo sul nostro cammino: se le sapremo amare ci seguiranno anche se il nostro destino tenderà a portarci lontano da loro. Il Dio creatore è la meta a cui dobbiamo aspirare, e alla quale arriveremo vivi solo se persevereremo nel nostro scopo; anche se il destino sembrerà fare di tutto per renderci infelici. Se giungeremo da Lui, Egli ci donerà una nuova vita per continuare ad amare. Conclusione: vivi per amare, abbi fede in Dio, spera sempre nel destino. Anche se sembrerà condurti verso la tua infelicità, in verità ti sta solo aiutando, e se persevererai fino alla fine, raggiungerai la vera gioia. Buon Natale
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