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da "Di Paolo" ho
trovato solo abitudini. perché
cerchi in me quello che ho già dato, chiedi
risposte a quella parte di te con
la quale non hai confidenza, mentre
quello che vedi sulla mia pelle è
soltanto la traccia di ciò che ho perso? va’
pure, è
rimasta la tua anima a tenermi compagnia, fantasma
dolcemente abbracciato dentro silenzioso, impalpabile, e
quando mi sento toccare mi
lascio cullare che
ancora ci sei, raffinata
tortura, meglio
di niente, meglio
di questa mancanza, il
ghiaccio dentro, restare
schiavo di un desiderio mai appagato. infinito
dentro,
quando
mi rivolgo fuori sono
soltanto una goccia a cui è stato permesso di immaginare l’oceano. mentisti
per me, sorridesti
con la morte nel cuore, come
fossi un dio da preservare, ho
preferito conoscere per essere niente che
credere alle tue favole, commosso
dai tuoi vani tentativi resto
nel mio dolore, inerme
testimone della realtà che avanza divorando
illusioni. una
notte, quando
il mare giungerà fino alla tua porta amore mio, e
tu sogni di paesi lontani, mi
sentirai bussare, naufrago
spossato ancora integro, assetato
di umanità e della tua verde compagnia, balsamo
immortale alla mia pelle riarsa. come
stelle caduche si
affacciano i miei pensieri alla coscienza e
subito decadono, debole
scia, e
a me resta la nostalgia per
l’emozione che provai, ma
non ebbi il tempo di
vedere e di comprendere. spazio
interiore, buio
popolato di ombre, un
vago barlume che aspiro invano raggiungere, anelito
indefinito che non posso comprendere, che
non so soddisfare. voglio
lasciare che questo mare scuro di malinconia, vecchia
conoscenza sempre latente, finalmente
mi inondi avvolgendomi nel suo dolce, tiepido
abbraccio, come
da quando mi portavi in grembo, me
inconsapevole che dormivo sonni beati ad oggi, in
cui risento e rivedo il passato vissuto con te, quando
muti vivevamo il nostro affetto e
tanto ci bastava a ringraziare per
quanto giorno dopo giorno ci
passava la vita. freddo
e pungente, rivitalizzante, come
soffio di brezza marina al presto mattino, repentino
e inaspettato, pensiero
sfuggente che reca prospettive nuove di
un futuro certamente realizzabile, e
mi accendo di speranza novella. quella
sabbia fine e accecante rivedo nei miei sogni leggeri, tiepido,
avvolgente calore, dolce
abbandono mi assale e
mi sorprendo a respirare vento
leggero mentre
mi accarezza la pelle, mare
azzurro avanza sulla battigia e si ritira, musica
nascosta, piante
basse disseminate sulla rena richiamano il deserto, vorrei
tornare lì ad assaporare ancora, ad
abbandonarmi ancora, a
soltanto ricevere, soltanto
ricevere. e
mi basta un tuo gemito per sentirmi toccato,
un’intima
vibrazione risuonando dentro mi
richiama dolcemente, e
mi voglio più bene. liberarmi
vorrei da quest’idea fastidiosa, che
a sprazzi si accende e
si spegne e
si riaccende senza preavviso come
mosca molesta che
sulla pelle ripetutamente si posa. luce
opalescente irradiando tenue e silenziosa raggiunge me, giù
fino all’anima, musica, energia
correlata armonizzante entra, impalpabile, mobile, dondolante, e
mi scioglie dentro a dimenticare, nuda
ritorna l’essenza antica, e
galleggio nell’aria ferma, io, senza
peso, che
finalmente rammento chi sono. chi
sei tu, che
mi accendi senza parlare, senza
uniformi da sfoggiare, senza
provenienze da premettere a questo presente valido così com’è, come
un’isola verde circondata dall’azzurro. ci
sono dei fiori nella mia mente, anche
quando il cielo è grigio, e
quando piove, e
sto intrappolato nel traffico, senza
prospettive, la
puzza che mi fa respirare a stento, e
non mi arriva niente, indifferenza
della gente che insegue frettolosamente i suoi copioni, anche
quando me ne dimentico, quei
fiori stanno sempre lì. cantare, affinché
la sofferenza non sia stata invano, cantare, raccontare
l’universale che è in noi, affinché
nessuno si debba più nascondere. e
il sorriso tornerà ad accendere i nostri volti
per
quegli stessi argomenti che
un tempo richiamavano vergogna. chi
eri tu che mi sorridevi allora, rendendo
la vita leggera come
battito d’ali d’inquieta farfalla, che
torni improvvisa e riaccendi questo grigio presente, tu
che viva dal passato ancora mi chiami e sorridi, ricordandomi
di quanto stupido fui a
non capire allora. ancor
più tranquille sponde mai toccherò ove
si fa dolce l’onda sulla bianca granula rena? io,
naufrago inerme sotto i furiosi venti, aggrappato
resto a questo guscio con cui apparvi innocente al mondo e
che mai mi tradì, ma
quanti impietosi flutti furo all’affannoso navigar. verde, odorosa
campagna, che
ti offri silenziosa a me che solo guidando passo, nella
mente altri traguardi ci dividono e
allora ti godo soltanto di passaggio rubando
per qualche momento quel che è da sempre. un
bacio all’angolo della bocca, un
morbido contatto per un momento appena, un
brivido trascorre e subito dissolve, poi cresce lento un sentimento che
vive ancora a lungo dal distacco.
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