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da "Zero resto "
Guardò a piombo cercando di individuare il cimitero di Palleggio, così, tanto per avere un punto di riferimento geografico, ma ebbe difficoltà a trovarlo. Insistette per una decina di secondi. Ad un certo punto sentì come un veloce cerchio alla testa e desistette dal rinvenire quel punto tra l’altro inutile. Era veramente altissimo, quella quota in quel luogo l’aveva raggiunta poche volte e mai così velocemente. Osservò l’orizzonte e riprese coscienza piena di sé, fece un bel respiro e decise di compiacersi il panorama in direzione Nord-Ovest, mollando con i 360° in quella rotta, controvento.
Seguitava a salire.
L’Appennino Tosco-Emiliano si erigeva giovane e irto dinanzi alla mentoniera del suo casco. Si distinguevano la Pania di Corfino, il Monte Albano, il Monte Giovo, l’Alpe Tre Potenze e, dietro, il maestoso Monte Cimone che dall’alto dei suoi duemilacentosessantacinque metri domina l’Appennino Modenese, ma che dal suo punto di vista sembrava una misera collinetta.
Non ebbe molto tempo per gustarsi il paesaggio. Si accorse che stava avanzando pochissimo con la posizione dei comandi alla massima efficienza, non era il caso di rischiare con l’acceleratore viste le forti condizioni di turbolenza, né tanto meno azzardò una massima velocità a comandi rilasciati completamente. Fece, allora, una virata di 180° a sinistra piuttosto piatta spostando la vela con il solo movimento del corpo e cercando di metterla in rollio il meno possibile in modo da non perdere nemmeno un mezzo metro al secondo di quella benedetta termica che lo stava portando in orbita sopra la Terra.
Stava cercando il punto e l’attimo giusto per concentrarsi, per annullare i sensi e cercare quello che lui chiamava “il contatto”, ma non era ancora arrivato il momento giusto. Ora poteva e doveva gustarsi quella posizione privilegiata rispetto a tutti gli altri comuni mortali, più tardi ci avrebbe pensato...
Dopo il dietro-front le Alpi Apuane erano tutte davanti a lui, poteva giocarci a pallone con l’immaginazione, poteva prendere a calci il Monte Altissimo o dare un colpo di tacco alla Pania della Croce e poi, lontano laggiù, un colpo di testa contro la Corsica e poi, ancora, una manata a mo’ di schiacciata contro l’Isola d’Elba e, glu glu, giù in mare un’isola intera in un solo colpo! Ma sì!!!
Il Pianeta Terra intero era ai suoi piedi. Quella sensazione di assoluta mancanza dal mondo lo faceva gioire a dismisura.
Ora non c’era più.
Nessuno era in grado di toccarlo o di percuoterlo o di colpirlo o di sfiorarlo o di tastarlo o di palparlo o di sentirlo o di avvicinarsene o di percepirlo o di vederlo o di dirgli “Alessandro Coselli!, c’è da fare questo e c’è da fare quello…”; nessuno, nemmeno la sua ombra.
Era come se lui fosse momentaneamente trapassato, come se fosse andato a fare un giro in paradiso, mentre gli altri erano sempre lì, abbinati alle proprie parti non illuminate, nel purgatorio terrestre dove la preoccupazione, l’angoscia, la sofferenza, la pena e l’ansia regnavano sovrane ed incontrastate. Era proprio quel senso di assenza che lo spingeva a librarsi, quel senso di assoluta mancanza di pensieri nella testa, quell’armonia che omogenea e trasparente si avvertiva lassù, lontano dagli umani concetti materiali che era costretto, suo malgrado, a vivere ininterrottamente su quello che lui chiamava il “Pianeta Merda”...
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