EXTRA "Il sopravissuto"

Un alito acre era su di lui. Accompagnato da un sogghigno ansante, che ad ogni chiusura, in crescendo, dava l’impressione di soffocarlo. Ogni attimo sembrava l’ultimo, mentre il successivo ripristinava l’ansia, logorandolo nel timore di una fine che non arrivava. 
Era stata una serata piacevole. Gli amici se ne erano andati ad un’ora ragionevole. Quindi era sprofondato in un sonno quasi immediato al contatto col materasso soffice, nella oscurità che lasciava filtrare dai tarli degli scuretti deboli raggi, dalla consistenza lattiginosa, della illuminazione elettrica cittadina. 
A un certo punto, non avrebbe saputo dire a che ora della notte – forse si era appena addormentato, forse era prossima l’alba – il suo olfatto, sentinella insonne, lo aveva destato. Un segnale d’allarme aveva convulsamente preso a vibrare emettendo rossi bagliori simili a scariche elettriche: pericolo. Il cuore, preso alla sprovvista, aveva preso ad impazzare furibondo alla ricerca di una via di fuga. Prigioniero di un corpo annichilito dal terrore. 
Le palpebre, anziché divaricarsi per vedere in faccia il nemico, si comprimevano l’un l’altra, codarde, nello sforzo di fingere uno stato di sonno, in realtà completamente svanito. Quell’ansito affannoso, che sprigionava un olezzo rancido di grasso imputridito, umido e persistente quanto la muffa annidata nei ripostigli bui, gli era sopra. A non più di venti-trenta centimetri. Lo sovrastava dall’alto, simile a una lama affilata. 
Una sensazione di impotenza lo pervase fin nell’ultimo nervo della sua massa corporea. Ora inerme, alla mercé di uno sconosciuto dall’odore penetrante di morte. 
Fuggire. D’un balzo raggiungere un altrove dove nessun ansito opprimente lo avrebbe raggiunto. Respirare l’aria salmastra del mare. Inspirare ed espirare lentamente… Tutto ciò era semplicemente impossibile. 
Non gli rimaneva che trattenere il respiro, ora breve e leggero, centellinare l’aria, nella speranza di non fare rumore, nell’attesa che quella presenza insistente la facesse finita o, ultima illusione, svanisse come fanno talvolta gli incubi di una mente travagliata. 
Ma lui lo sapeva, non si trattava di un sogno. Tutti i suoi sensi vigili scomunicavano una speranza che si era timidamente affacciata. Simile alla deriva di un naufrago. Contrariamente a quello che avrebbe voluto, in quella fresca notte di mezza estate, il suo volto era madido di sudore. Gocce pesanti, che si univano in rigagnoli salati e disegnavano alvei nelle sue guance scavate. 
L’olezzo ammorbava l’aria intorno, si spostava ora leggermente a destra, ora di un niente a sinistra, sempre incombente su di lui. Lo scrutava con compiaciuta malvagità. Lo spiava con morbosa attenzione: prima o poi un movimento qualsiasi avrebbe tradito la sua finzione, avrebbe rivelato che non dormiva affatto. E l’altro era lì, pronto a ghermirlo. Con premeditato e voluttuoso piacere. Secondo un rituale consumato e antico. 
Inaspettatamente la presenza nauseabonda ebbe un sussulto – tutte le sue particelle, vigili e tese all’unisono, colsero l’improvviso scatto –, emise un gemito di rabbia. E svanì. 
Un’altra “chiamata”, del tutto imprevista, lo aveva salvato? 
La sua ultima ora, per qualche insondabile ragione, era stata rimandata, ne era certo. 
Gli occhi finalmente si aprirono, nella tardiva ricorsa a cogliere le sfuggenti vestigia della sua assalitrice. Troppo tardi per vedere in faccia la Morte. Rapida come la lama che ghermiva, lei non c’era più. 
Per il resto dei suoi giorni – e furono complessivamente molti anni – quando il sonno attentava al suo stato di veglia, nessuna potente luce elettrica poteva rassicurarlo ed impedire che il suo olfatto frugasse in maniera spasmodica e frenetica  ogni aroma o tanfo dei dintorni. Il sentore di morte aveva un retrogusto inconfondibile, un marchio a fuoco di fetida carogna abbandonata.