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Gli ultimi anni del ‘600 e i primi
del ‘700 portarono, in Francia, un vento ideologico nuovo, un
vento di rivoluzione. Certo, erano ancora lontani i giorni in cui il
termine “rivoluzione” avrebbe investito il potere politico
e l’inviolabilità del sovrano, però in quegli anni
tale termine ebbe il centro dell’attenzione totalmente spostato
sul valore dell’arte.
Meglio l’arte degli Antichi o dei Moderni? Ecco il quesito che
tambureggiava lungo le rive della Senna, investendo tutta la nazione
francese e, che da allora, continua ad interessarci oggi, ogni qualvolta
ci troviamo di fronte ad un qualsiasi prodotto della creatività.
Come risolvere un dilemma di tali proporzioni? All’epoca si scatenò una
battaglia ideologica e dialettica senza precedenti; battaglia che ben
presto coinvolse molti degli intellettuali più illustri e spinse
a cercare un nome o un termine che ne riassumesse tutta la novità e
l’intensità. Questo duello continuo viene consegnato alla
storia con la parola francese “Querelle”, ovvero discussione
polemica.
Eppure la Querelle non fu un fenomeno che attraversò solo i
secoli XVII e XVIII, ma come dice lo studioso francese Marc Fumaroli,
tale scontro si inaugura già col rinascere delle arti umane,
intorno al XV secolo, in Italia, nel periodo noto come Rinascimento.
Quindi lo scontro si propose con radici ben più profonde e lontane.
Si formarono due fazioni contrapposte, entrambe le quali sciorinavano
argomenti a proprio favore, ma gli stessi argomenti che venivano citati,
ora dagli uni ora dagli altri, apparivano spesso troppo leggeri, pretestuosi
quasi, tanto da dare la netta impressione che le forze in questione
non avessero reali punti di aggancio. Enzo Caramaschi, a tal proposito,
parla del fenomeno della Querelle come di una <<luce senza calore
da una parte, si potrebbe dire e, dall’altra, calore che non
sa ancora sprigionare luce>>, proprio ad indicare una certa complementarietà dei
due divergenti punti di vista.
Se i due raggruppamenti ideologici non seppero sottrarre le loro idee
alla foschia di confusione che le avvolgeva, chi, al contrario, stava
maturando un pensiero per certi aspetti rivoluzionario fu l’abate
francese Jean-Baptiste Du Bos. Egli fu abate più per il prestigio
che per vera vocazione come alcune sue letture e suoi studi confermano;
infatti, se si considerano gli anni immediatamente successivi al conseguimento
del titolo in teologia, si comprende come le sue vere vocazioni furono
piuttosto la storia, il teatro, la letteratura.
Tra le tante opere importanti che furono redatte da Du Bos, quella
che qui più interessa prendere in esame è Réflexions
critiques sur la poésie et la peinture, opera che diede una
scossa allo scontro in atto. In quest’opera si porta a compimento
l’idea, avallata dai numerosi esempi proposti dallo stesso autore,
di una specie di fusione o, se vogliamo, di compromesso estetico tra
l’arte degli Antichi e quella dei Moderni.
INEDITO
FRA I SUOI SOGNI
Inventami il prato su cui dormirai
ed il tepore dell’estate
al quale t’abbandonerai;
inventami la notte, manto di velluto,
di stelle germogliate: sarà lenzuolo
che tutta nel sonno t’avvolgerà.
Il tempo allora parrà ruscello
che il corso suo ha smarrito,
sentirai stormi di sogni
su acquerellate ali di farfalla
giungere e dopo svanire.
Inventami petali che di rose e di gigli
ti copriranno, inventami culle coi tuoi baci
perché non infligge pena il pianto
ma è pioggia disciolta in un lamento.
Inventami il tuo profumo,
l’acqua e la terra a cui voglio affidarlo.
Inventami le nostre mani,
le profondità indicibili,
e i rumori ed il lieve fruscio
risuoneranno in te ancora.
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