| INEDITI |
Zatopec
“Azioni l’elica di propulsione alla velocità di un nodo. Passo”
Gocciolarono istanti brevi, nervosi.
“Azionata, signore. L’elica è ancora bloccata”.
“Aumenti la propulsione di due nodi e lavori sui timoni posteriori
di profondità. Tenga la spinta a tre nodi per venti
secondi. Passo”.
Una parentesi pastosa, di rumori di speranza e chiasso di paura.
“Fatto, signore, l’elica rimane bloccata. Riporto la propulsione
in stasi. Attendo ulteriori ordini. Passo”.
“Comandante, il tentativo di salvataggio è abortito. Faccio
risalire il batiscafo. Il prossimo intervento è
programmato per le ventidue e trenta. Il nostro batiscafo sarà
accompagnato da un Ohio norvegese. La aspetto in
cabina di comando per le ventidue e venti, le operazioni non
necessiteranno di un supporto logistico pertanto il
commodoro dovrà rimanere nel suo alloggio così come gli ufficiali, i
sottufficiali ed il resto degli uomini. In cabina di
comando vi sarà soltanto lei. Passo e chiudo”.
Avrebbe voluto argomentare un assenso dubbioso, ma non era in
condizione di poterlo fare, e nemmeno di volerlo
fare; si sbrigò piuttosto per non arrivare in ritardo
all’appuntamento con l’ossequio agli ordini:
“Sissignore. Passo e chiudo”.
Victor sollevò l’indice dal tasto di comunicazione e
nell’appoggiarsi allo schien
ale
si portò le mani a lato del viso, in
modo da togliersi le grosse cuffie in un’operazione lenta, tesa più
a mascherare il suo sbigottimento evidente che a
liberarsi le orecchie. Riprese la sicurezza che gli era imposta ancora
prima di terminare l’eleganza di quel gesto e,
mentre richiedeva informazioni sul livello di temperatura del reattore
nucleare, controllò il volume di ossigeno
rimanente e filtrabile dagli impianti di condizionamento.
Sette ore scarse.
Annuì freddo nell’ascoltare numeri che lo confortavano, il
surriscaldamento del reattore appariva contenuto, questo
era il migliore presagio della tenuta della scocca esterna
all’impatto. Un conforto di colore arancione, sottile. Il
reattore si stava stabilizzando, erano esclusi rischi di
contaminazione radioattiva nell’area. Lo avevano spento
precauzionalmente dopo l’impatto, e non avrebbe più potuto produrre
ossigeno.
“Mi ritiro in alloggio. Presieda la situazione assieme all’uffici
ale
capo fino a mio nuovo ordine. Mi avverta di
qualsiasi cambiamento”, sentenziò Victor al giovane commodoro. Poi
coprì la distanza dalla torretta di comando al
suo alloggio evitando gli sguardi degli uomini che si attardavano in
sala mensa.
La branda non lo aiutò, stava iniziando a pensare. Il comandante di
un sommergibile a reazione nucleare non può
permettersi di riflettere, deve eseguire gli ordini e lasciare ai
deboli i dubbi da deboli. La decisione presa quindici
ore prima, appena dopo l’impatto, era stato un automatismo militare
di una giustezza cristallina.
Il sottomarino viaggiava a quindici nodi, ris
ale
ndo da sud l’ampio can
ale
estone tra le isole di Vormsi e Hiiumaa.
Continuava un lento inabissamento a circa trecento venti metri di
profondità, e ad oltre otto metri dal fond
ale
mappato costantemente dai radar. Quando i sonar registrarono un lieve
movimento tellurico il commodoro anticipò
Victor comandando di invertire i timoni di profondità per staccarsi
progressivamente dal fondo con una lenta
emersione. Nemmeno il tempo di iniziare la manovra e dalla parete
rocciosa al fianco sinistro dello Zatopec si era
staccata una lunga lastra calcarea che aveva colpito debolmente la
scocca inabissandola sul fondo marino in un
pertugio colloso. Lo Zatopec era imbrigliato da una spessa
lastra che correva lungo il lato posteriore sinistro del
sottomarino, fino a imprigionargli i timoni e le eliche. Victor aveva
assunto immediatamente il comando, chiedendo
un monitoraggio costante tramite i dati telemetrici. Le temperature
del termoreattore si stavano alzando docilmente
e questo poteva significare una natur
ale
fase di fibrillazione successiva allo shock oppure, molto meno
probabilmente, una crepa parzi
ale
nella scocca esterna, ed un rischio di contaminazione radioattiva in
quella zona
del mare baltico.
Victor riunì i centootto uomini in cambusa e gli comunicò che
avrebbe dato ordine al primo uffici
ale
di spegnere il
reattore nucleare per evitare possibili contaminazioni. Tutti lì
dentro avevano saputo cosa voleva dire, la rinuncia
alla possibilità di fabbricarsi ossigeno. Nessuno di loro aveva
proferito parola. Non avevano nel cuore l’eroismo,
gli erano piuttosto piantati dentro l’anima i fotogrammi della
tragedia e delle conseguenze della paura di quindici
anni addietro.
Victor cambiò posizione sulla branda, scacciando immagini che non
potevano essere utili. Si stese sotto un velo di
training autogeno, come se sette ore si potessero allungare ad
elastico fino agli anni della sua vecchiaia. Lottò con
fatica per far rotolare i pensieri fuori dal cervelletto, ma alla fine
ci riuscì, fino a letargizzare il suo io con emozioni
che gli scorrevano sui nervi senza passare dalla testa.
Quando entrò in torretta di comando alle ventidue e cinque il
commodoro era accompagnato dal primo e dal secondo uffici
ale
, e l’espressione dei loro visi tradiva un timore atavico, già
sotto la pelle. Victor si lasciò fare ancora una volta quello che
doveva, questa volta a loro. “Primo uffici
ale
, è convocato domani mattina alle ore nove nel mio alloggio, mi dovrà
fare rapporto sulla presenza indebita del secondo uffici
ale
in torretta di comando”.
Prese posto alla posizione di controllo, il display digit
ale
segnava le ventidue e zero sei. Ordinò al commodoro di lasciare la
torretta, poi si rivolse verso il primo uffici
ale
, “Vediamo se riesce almeno ad eseguire questo ordine. Tutti gli
uomini prenderanno posto nel proprio alloggio entro le ventidue e
venti. Seguiranno mie indicazioni. Vada”.
Il grigio perla dello Zatopec gli appariva tetro, anche senza
portarlo a coscienza lo avrebbe definito color canna di fucile. E
l’odore senza aromi di ossigeno vuoto sembrava potenziarsi in quel
nulla marino esposto a un silenzio infinito fatto di immobilità. Il
led prese a lampeggiare, Victor inarcò la schiena, un riflesso
ammaestrato per un militare che si apprestava a colloquiare con il
comandante in capo della flotta russa nel mare del nord.
“Comandante Yashin, risponda. Passo”.
“Comandante Yashin ai suoi ordini. Passo”.
“Comandante, il batiscafo sta ultimando le ispezioni al fond
ale
unitamente al mezzo norvegese. Come lei sa bene non è possibile fare
uscire palombari alla vostra profondità. L’opzione del
bombardamento mirato alla roccia che occlude il passaggio è
impraticabile per la vicinanza al reattore nucleare. Non esistono
altre opzioni di salvataggio. Passo”.
Un battito sistolico sfuocò appena la vista di Victor che seguì il
ronzio in cuffia sperando che lo potesse portare in salvo.
“Capitano risponda. Passo”.
“Ricevuto. Attendo ordini. Passo”.
E tra il mare di sabbia blu che divide i vivi dai morti, nel mare di
privilegi melmosi che separa i due, si fa largo il coltello aguzzo
dell’anima dell’uomo. L’ammiraglio addolcì il tono, senza
intento:
“Comandante, le assicuro che abbiamo fatto tutto quanto era nelle
nostre possibilità. L’operazione di rimozione della roccia avrebbe
richiesto altri sette batiscafi, e almeno cinquanta ore di lavoro. Voi
non avete abbastanza ossigeno, sarebbe inutile. E prima di proseguire
con gli ordini mi voglio complimentare con lei per la scelta eroica
dello spegnimento del reattore nucleare prima di un esplicito ordine.
Passo”.
“La ringrazio signore. Passo”.
“Ora, per il bene della Russia e della sua flotta militare ci
aspettiamo che lei porti a termine la missione seguendo perfettamente
gli ordini. Passo”.
“Signorsì, signore. Passo”.
“La telemetria ci indica che avete all’incirca quattro ore e
cinquanta di ossigeno. Come lei sa, e soltanto lei ed il primo uffici
ale
ne siete a conoscenza, lo Zatopec nasconde sotto i silos dei missili a
media gittata tre bombole di gas letargico e anestetico, ognuna di
esse contiene liquido per circa due ore di filtraggio – a queste
parole, lungo la nenia precisa dei comandi da eseguire, Victor impugnò
il lungo cacciavite a stella che aveva predisposto alla sua sinistra e
prese a svitare la plancia di controllo davanti a lui con movimenti
veloci e silenziosi, la sua meticolosità, pensò tra sé, stavolta
gli sarebbe stata utile – lei, comandante, appena terminata la
nostra conversazione raggiungerà gli uomini in coperta, li informerà
che il tentativo di salvataggio di questa sera è riuscito nella quasi
totalità e domani mattina alle ore sei in punto i nostri batiscafi
libereranno le eliche posteriori e potrete iniziare l’emersione.
Dopodichè ordinerà loro la branda, sospendendo per questa notte ogni
turno di veglia, sono sicuro che saprà trovare una motivazione
credibile. Quindi tornerà alla torretta di comando e tra venti minuti
esatti aprirà la fuoriuscita della prima bombola di gas, programmando
l’inizio dell’emissione della seconda bombola dopo due ore.
Confermi, comandante. Passo”.
“Confermo signore. Passo”.
“Fatto questo le riconosceremo un privilegio. Abbiamo fatto chiamare
sua moglie, le potrà parlare brevemente. Resta inteso che dovrà
sostenere la versione del recupero dello Zatopec.
Si ricordi che la comunicazione sarà costantemente auscultata ed
interrotta qualora lei non si attenga agli ordini indicati. Sarebbe un
grave rischio per il paese un equipaggio imbarcato un sommergibile
nucleare cosciente di essere vicino alla morte, e un dolore inutile
gestire telefonate di addio con i congiunti. Mi aspetto un lavoro
millimetrico. Passo”.
“Sissignore. Se non ha altri ordini comunico quanto dovuto agli
uomini e faccio ritorno alla torretta di comando.
Passo”.
“Per ora non ho altri ordini, passo e chiudo”.
Victor si levò la cuffia, socchiuse appena gli occhi mentre pur sotto
tanta acqua c’era ancora spazio per un’onda emozion
ale
. I suoi uomini, sua moglie. La verità, la bugia. Cosa fare, per
tutta la vita che si doveva fare quella sera? Cosa fare, per tutta la
vita che si sarebbe fatta per il tempo di una vita intera?
Il passo nervoso, scostò la pesante porta blindata degli alloggi come
se la volesse forzare, “Uomini, un attimo di silenzio. Sono felice
di annunciarvi che l’operazione di salvataggio sta procedendo
positivamente – non intese lasciare spazio tra le sue parole, con
l’intento minimo di arginare l’ascolto di dolorose esultanze –
domani mattina alle ore sei i batiscafi libereranno le eliche
posteriori e potremo iniziare le manovre di risalita. La quantità di
ossigeno a nostra disposizione ci permette ancora dodici ore di
autonomia, in ogni caso intendo ridurre al minimo l’utilizzo di
ossigeno, pertanto rimarrete nelle brande senza esclusione alcuna fino
alle ore cinque e trenta. Vi darò personalmente la sveglia. Vi porto
i saluti del comandante il capo…”
Il bilico scosceso lungo cui prende vento e rischia di andare in pezzi
il fragile contenitore della verità passa per schiaffi dati come
carezze,
“…signori, preparatevi ad affrontare l’ultima notte in mare
prima di riabbracciare le vostre famiglie”.
Victor sfoggiò un orgoglioso saluto militare e richiuse dietro di sé
la porta color canna di fucile, pregando che quell’acciaio
tagliafuoco potesse tagliare i suoni che gli si incuneavano dentro le
orecchie.
Quando indossò di nuovo le cuffie aveva le mani piene. Nella mano
destra stringeva una medaglietta d’oro dalle dimensioni rettangolari
sul cui retro si poteva leggere Heidi
scritto in un corsivo allungato. Nella mano sinistra, o più
precisamente tra il pollice e l’indice sinistro, Victor teneva
l’interruttore di filtraggio della prima bombola di gas letargico.
Incollò lì lo sguardo ris
ale
ndo il filo corto che lo collegava al led di segnalazione, fino a
soffermarsi alle modifiche apportate pochi minuti prima. Ora
l’interruttore avrebbe segnalato alla telemetria l’apertura della
bombola, ma il liquido della bombola sarebbe stato riversato in mare.
Dopo aver annullato la sicura fece una leggera pressione con
l’indice e l’interruttore schioccò in contemporanea con
l’accensione del led. Immaginò tra sé la soddisfazione del
comandante in capo nel vedere, trecento metri sopra di loro, il led di
controllo accendersi, e segnalare l’inizio di filtraggio del gas
letargico negli alloggi. Victor programmò in fretta l’emissione
della seconda bombola da lì a due ore, e l’emissione della terza
bombola da lì a quattro ore; non intendeva farsi sorprendere dalla
radio lungo il corso di quelle operazioni magnetiche.
Si imprigionò infine in un silenzio immobile, gli occhi fissi davanti
a lui, senza un battere di palpebre pur dentro ad un pizzico che
cresceva e raggiungeva il suo climax, poi ridiscendeva come una lenta
marea.
Controllò il suo Lobor da
polso e gli sembrò giusto far scandire i suoi ultimi passi guidato da
un meccanismo ad ingranaggio piuttosto che da un display digit
ale
, gli rimanevano sei minuti prima dell’inizio della comunicazione.
Certo, aveva già deciso.
Aveva deciso, non avrebbe saputo dire quando. Forse da sempre. O
almeno da quel sempre che era lì immerso del grumo rosso del suo
stomaco. Non sarebbe stato facile, si sarebbe mosso su un sentiero
scosceso ai limiti di un burrone. Senza potersi permettere di tradire
un ansito di insicurezza. Cento otto vite di mezzo. E l’immensa
madre Russia già deturpata dalle brutture delle bugie del suo
passato. Si disse in un gioco ment
ale
a chiocciola che nei venti minuti successivi avrebbe alternato bugie a
verità, e ognuna di esse avrebbe dovuto raggiungere un obiettivo di
intenzione. La madre Russia, certo, ma anche la madre di suo figlio.
Strinse forte nel palmo la medaglietta d’oro, di una stretta
arrabbiata, un metallo da far sparire anziché preservare. Non era
vero, quello che dicevano tanti; che la verità alla fine paga sempre.
E non era meno che falso quello che dicevano alcuni; che la menzogna
nasconde le brutture della verità. E se fa troppo m
ale
non avere nulla da nascondere? E se si devono incappucciare cento otto
vittime innocenti per fare del bene?
Un sussulto leggero lo distrasse da pensieri che si erano inerpicati
su soffici emozioni, il segn
ale
che il comandante in capo gli stava per parlare lo riportò in un
lampo al copione che lo avrebbe condotto quanto prima a sua moglie.
“Comandante, ha iniziato l’azione di filtraggio della prima
bombola? Passo”.
Lo sapeva bene, lo potevano rilevare dai monitor in superficie, così
per un attimo Victor si chiese perché non gli fosse stato risparmiato
quel ritu
ale
spoglio,
“Sissignore, ho iniziato il filtraggio della prima bombola negli
alloggi e programmato la seconda bombola come previsto. Passo”.
Scelse di scegliere quel verbo, previsto,
non ordinato.
“Tutta la nazione è fiera di lei, ha telefonato il Premier in
persona chiedendomi di riportarle queste parole. Passo”.
“Grazie signore. Passo”.
“Le ricordo gli ordini. Ora potrà parlare con sua moglie, quindi
inserirà la procedura Delta dalla plancia di comando e così metterà
in sicurezza il sottomarino, in modo da rendere più facile il
recupero del mezzo nei prossimi mesi, quindi si ritirerà nel suo
alloggio. Passo”.
“Signorsì, signore. Mi permette di avanzare un’ultima richiesta,
signore? Passo”.
“Formuli la richiesta. Passo”.
“Nel corso della comunicazione con mia moglie mi atterrò
strettamente agli ordini, vorrei però ripercorrere un episodio della
nostra vita privata. Chiedo che mi venga concesso il tempo necessario.
Passo”.
Scorsero per un secondo di troppo rumori di fondo, poi,
“Accordato, comandante. Passo e chiudo”.
“La ringrazio, signore. Passo e chiudo”.
La pensava a camminare nervosamente in una fredda camera di attesa
illuminata da neon biancastri, mentre aspettava il tempo di potergli
parlare scrutando due guardie immobili. Il suo sorriso, quasi sempre lì
attorno alla bocca, sparito da almeno due giorni e la frangia bionda
arruffata. Lo sguardo nitido che si era fatto ancora più preciso e si
era spogliato da quel sottile velo di riposatezza conquistata negli
anni, con fatica. Ora si aprivano le porte, si poteva avvicinare alla
postazione. Calzava la cuffia, le spiegavano le semplici operazioni
manuali che avrebbe dovuto sapere, lei annuiva metodicamente. Il cuore
perdeva due battiti e si tirava un poco più sotto sulla sedia come a
voler recuperare qualche centimetro di profondità.
“Ciao Victor, sono io. Passo”.
“Ti stavo aspettando. Passo”.
“Sono qui. Quando mi hanno mandata a chiamare dicendomi che potevo
parlarti ho pensato che ci fosse qualcosa che non andava. Come stai?
Passo”.
“Sto bene, abbiamo un’ampia riserva di ossigeno e domani mattina
proseguiranno le operazioni di recupero. Passo”.
Si parlavano con battute che centravano il bersaglio della richiesta,
per poi deviare di diversi centimetri già durante il loro esplicarsi.
“Ho parlato con il comandante in capo, mi ha aggiornata sulla
situazione. E’ che non riesco a smettere di preoccuparmi fino a che
non mi terrai di nuovo la mano. Passo”.
Victor si era preparato a questo passaggio come un saltatore ripete
mille volte dentro la propria testa l’attimo preciso del salto; lo
stesso sentì un vuoto aprirsi prima di girare lo sguardo altrove e
tralasciare di guardare il vuoto.
“Come ti avrà già riferito il comandante in capo domani mattina il
batiscafo, supportato dai mezzi norvegesi, terminerà di liberare
l’elica posteriore e noi potremo iniziare l’operazione di
risalita. Dopodichè raggiungeremo in poche ore Tallin, e ti potrò
tenere di nuovo la mano. Passo”.
“L’operazione di recupero è…, rischiosa? Mi hanno spiegato che
il batiscafo rimuoverà gli intralci di roccia dall’elica e dai
timoni posteriori, è possibile che qualcosa vada storto durante
l’operazione? Passo”.
Le era costato formulare la domanda. Lo poteva percepire sino da
quella distanza sider
ale
, lei sapeva di dovergli infondere coraggio, eppure era così
spaventata da avere bisogno di essere tranquillizzata. Appena lo fosse
stata sarebbe salita la vergogna per non aver saputo accettare una
paura riflessa, cercando conforto da chi quel timore lo stava vivendo
sulla propria pelle.
“No, tecnicamente è molto difficile che ci siano problemi
inaspettati. Il batiscafo è addestrato per compiere operazioni come
questa ed il peso delle rocce da rimuovere non è particolarmente
gravoso. Detto questo, stiamo comunque parlando di un’operazione
delicata - non era tanto un rigurgito parzi
ale
di verità, quanto una menzogna che si faceva ancora più sottile, che
già si preoccupava delle conseguenze del suo errore di previsione –
come sta Mika? Passo”.
“Mika chiede di te. Sta bene e quando gli parlo di suo padre fa m
ale
perché mi trovo davanti i tuoi occhi e nel prenderlo tra le braccia
ho per un attimo la sensazione di poterti stringere, e poi scivola via
tutto. Sta bene e ha voglia di averti di nuovo a casa. Ormai è
abituato alle tue assenze, ma stavolta ha capito che c’è qualcosa
di diverso, e allora chiede quello che un bambino chiede senza sapere.
Se tornerai. Se sei andato via perché non vuoi stare a casa. Io lo
rassicuro, lo rassicuro con le parole, anche se questa volta non
riesco a trasmettergli quella certezza che sta fuori dalle parole.
Passo”.
“Stringi Mika appena esci da lì. E digli che tra poco sarò da lui,
ma prima ancora digli che se potessi scegliere un posto nel qu
ale
stare quello sarebbe a casa con voi. Passo”.
“Va bene. Glielo dirò subito. Passo”.
“E ripetilo anche a te stessa. Vorrei stare lì accanto a voi.
Passo”.
“Io lo so, come lo sa Mika. Passo”.
Victor prese fiato dal fondo dei polmoni, ora era terminata la parte
difficile, avrebbero detto molti. Ora era terminata la parte facile,
si stava ripetendo il comandante Yashin. Espulse l’anidride
carbonica e aspirò un secondo respiro cavo prima di prendere la
parola. Aveva smesso di camminare ris
ale
ndo il bosco fino alla fine, ora aveva davanti un viottolo scosceso,
al fianco di un burrone. Spirava un vento affilato, da monte verso
valle. E c’era un modo soltanto per percorrere il viottolo. Passarci
attraverso. Victor vedeva ciò che stava alla fine del viottolo
scosceso, esattamente lì voleva arrivare. Certo, c’erano
scorciatoie al lato del bosco, ma quelle non conducevano dove voleva,
quelle conducevano dove volevano loro. Si disse, corri veloce, e
passaci attraverso. Non come una scelta, ma come una volontà.
“Ho bisogno che mi ascolti per alcuni minuti senza interrompermi.
Devo parlarti. Passo”.
Lei ansimò appena, non aveva risposte ad una domanda retorica.
“Certo, Victor. Ti ascolto. Passo”.
“Ti ricordi la cerimonia militare a cui abbiamo partecipato lo
scorso marzo? Passo”.
“Sì, ricordo. Il ricevimento nella residenza del console Ceco.
Passo”.
Zatopec, quella sera il comandante in capo aveva dismesso per
qualche secondo i toni altezzosi che si faceva indossare per scherzare
assieme al console riguardo il nome celebrativo del nuovo sottomarino
russo. Lo aveva fatto alla presenza del capitano Yashin, militare
pluridecorato designato a capitanare il nuovo mezzo. Ora a Victor
sembrava una beffa l’avere il nome di un campione della corsa
dipinto sulla scocca, ed essere lì atterrato immobile, incapace di
muoversi anche soltanto di un centimetro.
“Ricorderai il comandante in capo. Passo”.
“Sì, certo. Ricordo che scherzava con il console alla tua presenza
per lo strano nome del sommergibile. E lo ricordo pronunciare il
discorso di onorificenze, un monologo breve e preciso. Passo”.
Quello che lei non formulò era la domanda che le stava nascendo
dentro la testa. La medesima domanda che il comandante in capo,
distante non più di dieci metri da lei nella sala di ascolto, si
stava ponendo. Tutto questo cosa diavolo c’entrava, adesso? Il
secondo ammiraglio teneva l’indice a sfiorare il pulsante di
distacco della comunicazione, si era giunti con un colpo secco ad un
passo dalla necessità di interrompere il contatto. Victor stava
correndo, il vento in faccia e ciottoli sotto i piedi, ma il cammino
davanti a lui era ancora tanto, forse troppo per sperare di arrivare
davvero alla fine del viottolo.
“Un monologo esemplare, incentrato sul valore militare, la fedeltà
agli ordini e la mor
ale
di combattimento. Questo terzo aspetto era particolarmente centr
ale
nel discorso del comandante in capo. Successivamente al discorso, come
ricorderai, ho voluto stringergli personalmente la mano ed ho avuto
l’onore di farlo – ora Victor poteva percepire l’insicurezza
vibrante della conversazione, la moglie appesa alle sue parole senza
trovarne un bandolo, il comandante in capo appeso alle sue parole
cercando di guadagnare altri secondi prima di ordinare
l’interruzione della comunicazione, decise di togliere pressione per
qualche istante – se rammenti, poco dopo il console ci ha presentato
i quattro giovani sottoufficiali che avrebbero seguito il corso di
addestramento come addetti radio nei sottomarini nucleari di nuova
generazione. Te ne ricordi? Passo”.
“Sì, Victor. Ricordo, anche se non in modo particolarmente preciso.
Ti sei fermato a parlare con loro e mi hai presentata. Avete scambiato
qualche battuta in riferimento allo Zatopec e gli hai detto, se
non sbaglio, che vi sareste incontrati dopo meno di due settimane in
aula, nel corso della lezione che avresti tenuto. Passo”.
A volte si fa ciò che si può, altre ciò che si deve.
“Penso che avresti fatto meglio a ricordartene in maniera precisa
– stringeva senza accorgersene la medaglietta, stringeva fino a fare
tremare il pugno, che dentro ad esso ci fosse quel piccolo rettangolo
d’oro poco importava - Liuba. Passo”.
L’aveva chiamata per nome soltanto adesso, e lei se ne era accorta
soltanto adesso. Questo le aveva fatto più paura di quello che lui le
aveva messo sotto il naso perché le facesse paura.
“Cosa vuoi dire, Victor? Passo”.
“Dopo circa dieci giorni ho tenuto la prima lezione all’accademia
militare, ritrovando i sottoufficiali. Tra loro, come ricordi, il
sottouffici
ale
Dementieva, il futuro primo uffici
ale
donna candidata alla responsabilità radar di un sottomarino nucleare.
Ci siamo fermati a conversare dopo la lezione, e abbiamo continuato la
conversazione di lavoro a cena. Era lavoro, Liuba…”
Venne interrotto, come non poteva succedere nelle normali
conversazioni militari. Prima di quel passaggio obbligato incollato
alla parola, passo.
“No, Victor. Non ora, non serve. Appena sarai qui mi parlerai di
tutto quanto, ma non ora, ora no”, capì che aveva terminato dal
silenzio che si prolungava senza il segn
ale
di alternanza della comunicazione. Lei aveva finito le forze nel
volerlo sostenere mentre guardava il vuoto e ci stava già cadendo
dentro.
“Lasciami finire, Liuba. Devo dirtelo ora. Quella notte sono stato
con lei – qui fece il suo sforzo indicibile – perché è bella, e
giovane. Niente di più, niente di meno. Quella unica notte. Come
vedi…”
Lei lo interruppe ancora, la voce tagliata, la volontà immota,
“Victor, ne parliamo quando torni. Mika ed io abbiamo bisogno di
stringerti e avere di nuovo la famiglia unita. Poi risolveremo tutto.
… Passo”.
“Sì, non è stato niente. Nessun coinvolgimento emotivo. Eppure è
stato qualcosa, qualcosa di re
ale
che non puoi fare finta di non vedere. Serve sempre sapere la verità,
riconoscere chi hai davanti. Non voglio che passi un’altra notte in
cui tu continui a credere di avere al tuo fianco la persona che non
sono. E un matrimonio immacolato. Passo”.
“Torna a casa. Ti stiamo aspettando. Passo”.
“Non so cosa ne farai di ciò che ti ho detto, ma qualsiasi cosa sia
ne dovrai fare qualcosa. Dì a Mika che gli voglio bene – un ultimo
inghiottirsi due parole in gola - Passo e chiudo”.
Ora Victor smette di correre, ha il fiato grosso ed è piegato sulle
ginocchia, il vento gli arruffa i capelli fin sopra gli occhi mentre
spira un vento che è diventato freddo. Si volge indietro, il viottolo
alle sue spalle porta in dote le orme veloci. E’ passato, è finita.
E’ arrivato dove vuole stare.
Per togliersi la cuffia appoggia davanti a lui la medaglia
rettangolare e gli torna dentro le pupille quel corsivo scolpito, Heidi.
Qualsiasi cosa sia, con la verità si è obbligati a fare qualcosa.
Qualsiasi cosa sia, con la menzogna si è determinati a fare qualcosa.
Certo, puoi fare finta di non vedere. Ma qu
ale
delle due?
Qu
ale
delle due conviene di più fingere di non vedere?
Victor scostò la sedia, prese di nuovo tra le mani la medaglietta.
Inserì la messa in sicurezza del sottomarino e lasciò per l’ultima
volta la torretta di comando. Arrivò alla porta del suo alloggio
diverso tempo prima che la seconda bombola iniziasse a filtrare gas
sonnifero all’interno. Oltrepassò la porta della sua cabina, fino a
quella del primo uffici
ale
. Bussò, attese il permesso di entrare anche senza essere tenuto a
farlo ed entrò mentre il primo uffici
ale
scattava sull’attenti, lo sguardo di chi era ordinato alla branda
senza il minimo accenno di sonno.
“Agli ordini signore”.
“Riposo, uffici
ale
. La nostra è una conversazione inform
ale
, tra poco mi coricherò e ci potremo incontrare domattina”.
“Sì signore, le vorrei fare le mie scuse per avere permesso
l’accesso indebito del secondo uffici
ale
in torretta di comando, signore”.
“Certo, uffici
ale
, stenda il rapporto come detto e ci incontreremo domani mattina”.
“Sissignore”.
“Oggi pomeriggio ho trovato sul pavimento delle cambusa questo,
penso che le appartenga – e nel pronunciare quelle parole Victor
passò al primo uffici
ale
ciò che aveva tra le mani – anzi, penso di sapere a chi appartiene
davvero. Ma posso immaginare che il proprietario lo abbia regalato a
lei, se le voci che circolano in accademia sono vere”.
Il primo uffici
ale
non riuscì o non volle mascherare la contentezza per avere ritrovato
quel pezzo di lui, poi ebbe la meglio la vergogna che si fece strada
accompagnata da un rossore intenso,
“Sissignore, grazie signore. La stavo cercando ininterrottamente da
ieri. Questa medaglietta appartiene al sottouffici
ale
Heidi Dementieva. Me l’ha regalato prima dell’inizio delle
missioni sullo Zatopec, tre mesi fa, signore”.
“Se non sono indiscreto, vi frequentate, vero?”
“Sì signore”.
“Il sottouffici
ale
Dementieva è un’ottima allieva. Non saprei dire di più, non ho
avuto il piacere di conoscerla meglio. Le posso dire che mi è rimasto
impresso il suo sguardo volitivo e sincero, anch’io ho incontrato
una donna con quello sguardo, molto tempo fa. Si chiama Liuba”.
“Sua moglie, vero signore?”
“Sì, mia moglie”.
Si salutarono, Victor chiuse dietro di sé la porta e l’ultimo uomo
al qu
ale
avrebbe proferito parola. Coprì in pochi secondi la distanza fino al
suo alloggio e si stese in posizione orizzont
ale
. Chiuse gli occhi sapendo che il sonno avrebbe tardato un paio
d’ore, esattamente fino a un sottofondo inodore che avrebbe
intorpidito gli occhi prima di intorpidire l’anima.
Victor si disse che sperava di avere preso la decisione giusta. Le
decisioni giuste.
Cento otto uomini impossibili da salvare. La menzogna della salvazione
aveva tolto a loro e ai loro famigliari parole da dire con il sangue
in bocca e su cui piangere per il tempo di una vita.
Sua moglie, a cui non poteva restituire un marito. La menzogna di una
notte d’amore mai avvenuta le avrebbe permesso di vederlo meno puro
e forse, correndo attraverso il dolore, terminare il viottolo prima
della fine del tempo di una vita.
Chissà, chissà se così tante bugie erano poi davvero quello che gli
apparivano, una scorciatoia all’abisso del m
ale
. E che la verità, tutta la verità v
ale
sse poi meno del tempo di una vita.
Non lo sapeva, non lo poteva sapere, nessuno.
Ma d’altronde quando la verità è conficcata trecento metri sotto
la superficie a che cosa può servire?

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