da "Cerchi chiusi"


Uno – [Parte 3] – I sette nani

Era rimasto sveglio tutta la notte. A respirare più comodamente fino a che il buio copriva ancora i contorni della collina di fronte. A respirare dicendosi di farlo ritmicamente, fino a quando il sole spuntò arancione e interrogativo da dietro la collina, lì a scrutarlo nelle sue convinzioni. Ma ora erano quasi le nove, e da quell’area collinare ormai tutti i pendolari si erano già messi in viaggio verso la costa del polo industriale di Sophie Antipolis. Quella dorsale interna della costa azzurra a quell’ora di inizio novembre profumava di secca precisione, avrebbe detto il Maestro.

Si alzò in piedi e si diresse verso l’angolo più nascosto di quella immensa mansarda aperta sul mondo, per aprire una finestra del suo Pc potatile, ed all’interno di essa aprire una ulteriore finestra sul mondo tramite un collegamento Gprs via cavo. Poi collegò via Usb altri due portatili al primo, ed iniziò le operazioni routinarie di criptazione del segnale di accesso alla rete. Sapeva ci sarebbero voluti alcuni minuti perché il sistema fosse finalmente operativo, e in quella si lasciò chiudere gli occhi, aspettando.

Gli comparve netta la fotografia che risiedeva docile sotto le sue pupille da diversi anni, con l’illusione di essere quasi scordata.

Gli avevano detto che la gatta avrebbe partorito entro il giorno del suo ottavo compleanno, ma non era stato così. Quel giorno era smontato dalla macchina del padre con ancora la cartella addosso, correndo a perdifiato fino al campo dietro casa, con già negli occhi l’immagine di Lulù accovacciata tra il fieno e una covata di gattini ciechi dal pelo arricciato; e invece si era trovato davanti la solita immagine, Lulù e Lola entrambe sdraiate nell’assolato pomeriggio di giugno, riverse e con le pance ancora piene e tirate. Poco distante Ringo, un pastore tedesco dalla stazza imponente, ad ansimare nella sua lingua a penzoloni. E la scena si era ripetuta più o meno uguale il giorno successivo, e il giorno successivo ancora. Poi il venerdì, all’arrivo a casa, fu accolto da una carezza benevola della madre e da un invito a correre dietro casa. Lulù era riversa nel fieno e in mezzo a lei fibrillavano quattro neonati ciechi, tre di colore bianco ed uno bianco pezzato di grigio. Lola osservava compiaciuta con occhi languidi da poco distante, pregustando il suo parto che sarebbe arrivato di lì a poco. Ringo era un poco più in disparte, stupito forse da quegli odori di parto, o forse dall’inusuale incuranza che quel giorno gli veniva dimostrata. Jerome prese tra le mani due di quei batuffoli bianchi e fu in quel momento, probabilmente, che capì l’eroicità fragile della vita.

Poi la madre lo prese di nuovo per mano, e la famiglia rientrò per pranzare. Dopo meno di un’ora il padre era già sulla via del lavoro e la madre se ne era uscita per sbrigare una commissione, assicurando al piccolo Jerome che sarebbe tornata di lì a poco. Lui sparecchiò diligentemente, come gli avevano insegnato a fare, e proprio mentre ripiegava la tovaglia iniziò a udire guaiti sottili e crescenti provenire dall’esterno. Jerome subito non ci fece caso, o fece finta di non farci caso. Ma ben presto dovette arrendersi a quell’insistenza così impalpabile eppure così disperata. Si diresse a passo veloce verso il cortile passando dal bagno posteriore della casa e quando aprì la porta non fu capace di capire davvero cosa si trovava davanti agli occhi. Il fieno era sparso dappertutto, Lulù a bocca spalancata eppure incapace di emettere alcun suono tremava nei suoi grumi di pelo bianco, fieno rappreso e umori di parto. Lulù teneva le pupille immobili, poco feline, fisse imperterrite su Ringo. Il grosso pastore tedesco era accucciato a qualche metro da lei, la testa appoggiata sulle zampe anteriori, il lungo naso schiacciato per terra e gli occhi bassi, guaiva insistentemente, a se stesso. Un guaito di dolore, di rabbia, di inutilità, era quello il suono che fece capire a Jerome che c’era qualcosa di grosso che non andava. Un cane cerca sempre lo sguardo del padrone per poi desumerne la propria emotività, un pastore autistico era il miglior segnale della follia evidente. Poi li vide. Il più piccolo stava disteso a pancia sotto e tutte e quattro le zampe erano allargate in maniera innaturale, sembrava un grande ragno peloso. Un altro stava su un fianco, l’osso del collo evidentemente fratturato. Quello pezzato era in posizione fetale, diviso quasi a metà dagli incisivi di un cane di grossa taglia. Il quarto imbeveva il fieno di sangue, e nelle lacerazioni spuntava curioso un piccolissimo occhio cieco aperto anzitempo sul mondo. Jerome rimase immobile. Aspettando che la realtà si mettesse di nuovo a posto da sola. Aspettò e aspettò ancora. Finché non sentì dietro di lui la porta aprirsi, e poi i passi veloci e l’urlo strozzato della madre. E le mani di lei, troppo tardi, sui suoi occhi. E lui che veniva alzato e portato di peso in casa. E la telefonata concitata della madre. Giù in una slavina già a valle. Il padre, a casa a quell’ora ancora chiara. E carezze, troppe carezze. Poi parole, troppe parole. Ringo fu picchiato, si sentivano le botte oltre le persiane, e il silenzio del cane nel ribadire il suo ruolo. Che fossero le benvenute tutte le botte del mondo. Non si sentì un solo guaito.

Jerome non capì perché il suo Ringo avesse fatto quello che aveva fatto. Sì, glielo spiegarono. Poi gli promisero di rinchiuderlo nel recinto fino al parto di Lola. E troppe altre parole dal sapore di plastica. Alla fine, dopo più di un’ora di spiegazioni, lui chiese: “sì, ma i gattini? I gattini, tornano?” Gli risposero, ma non ebbe l’impressione che gli fosse data risposta.

Così lo chiese a Ringo. Accarezzandogli il fulvo pelo ispido. Glielo domandò con gli occhi, ma Ringo sembrava già immemore di quello che aveva fatto. Lì a prendersi coccole e carezze dal suo padrone.

Dopotutto Ringo era il cane di Jerome e anche dopo quell’episodio i genitori, piccoli incoscienti, lasciarono che Jerome continuasse ad avere attorno il suo cane. Passarono poco meno di dieci giorni e tornò il silenzio. L’episodio sembrava evaporato, mentre a Jerome appariva soltanto sotterrato. Lola era sempre più vicina al parto e Ringo stava quasi sempre confinato nel recinto, anche se saltuariamente era già libero di scorazzare per il cortile. Quel pomeriggio Jerome attese che anche la madre uscisse per la sua commissione del mercoledì, poi andò verso il recinto di Ringo per dare da mangiare al suo cane. Gli vuotò lo spezzatino nella scodella, assieme a tutto il veleno per topi che era riuscito a trovare in solaio. Poi si sedette di fianco a Ringo, accarezzandolo mentre il cane mangiava di gusto la sua carne. Non smise più, neanche quando l’animale si riversò su un fianco, guaendo mentre rimestava le zampe a vuoto nell’aria. Continuò a tenergli accarezzato il pelo anche quando dalla bocca prese a uscirgli bava verdastra, e il cane lo guardava chiedendogli un silenzioso aiuto. Era la vittima, stavolta, ma era comunque lui il prediletto, e ne era felice. Lo era meno Jerome, che stava sacrificando il suo cane per il quale provava un amore infinitamente più grande che per qualsiasi neonato gatto cieco. Lo accarezzò anche durante quel lungo fremito fuori controllo che preludeva la morte. Poi si alzò un po’ conturbato, e sussurrò all’orecchio del lupo: “scusa. Ma è per i gattini. Ci sono dei nuovi gattini ciechi in arrivo. Scusa”.