Il dolore, poi il botto

Quando la porta della cucina si aprì urtando contro la parete, solo i due camionisti si accorsero del cuoco che stava entrando, ma visto che gli era stato ordinato di stare buoni e zitti, nessuno dei due fiatò. Del resto la situazione si stava facendo interessante, con i poliziotti intenti a malmenare lo straniero e il demente che si presentava con un fucile a pompa fra le mani.
Si, la situazione si stava facendo davvero interessante.
Uno dei due camionisti cominciò a sghignazzare nascosto dalla folta barba nera. L’altro lo sentì e, girandosi verso di lui, lo vide strizzargli l’occhio.
“Adesso comincia il divertimento.” Mormorò a denti stretti.
Il primo colpo che uscì dal fucile calibro dodici si piantò contro il soffitto, disegnando una rosata di pallini grossa come un cesto di frutta. L’intonaco scese a neve sporcando la schiena del poliziotto che si era mantenuto a distanza di sicurezza dal muro, per coprire il collega che perquisiva lo straniero.
Per alcuni secondi nessuno dei due agenti riuscì a girarsi, tanto grande era stata la sorpresa.
Quando il poliziotto sporco di intonaco si convinse che forse era il caso di dare un’occhiata a chi gli stava alle spalle, si ritrovò davanti il cuoco con il suo sorriso scomposto ed il suo grosso fucile rivoltogli contro.
Anche il secondo poliziotto si girò e distolse l’attenzione dal prigioniero, il quale valutò che forse ora si poteva approfittare della situazione, ma non riuscì a schiodare gambe e braccia, trattenute al pavimento ed al muro da invisibili catene. La paura lo stava paralizzando completamente, concedendogli a malapena di respirare.
“Co-cosa credi di fare con quel fucile?” Chiese il poliziotto sporco al cuoco. Non avrebbe voluto balbettare perché quello era un segno fin troppo evidente della fifa viscida che gli correva lungo la schiena. E ancora meno avrebbe voluto farsela addosso, ma quando sentì la mutande farsi calde e umide capì che ormai era troppo tardi.
Il cuoco continuava a guardare tutti con quel sorriso demente stampato in faccia. Non fosse stato per il cannone che stringeva fra le mani, lo avrebbero preso a calci nel didietro come sempre accadeva, ogni qual volta al bestione veniva la malaugurata idea di farsi vedere in sala. Ma il cannone aveva una capacità tutta sua di incutere rispetto, e le mutande del poliziotto innevato lo sapevano bene.
“Togligli il fucile di mano.” Disse l’altro poliziotto. “E’ troppo stupido per spararti addosso.”
“Togliglielo tu!” Si sentì rispondere. “Questo è pazzo come un cavallo.”
Le mutande gli si scaldarono ancora un po’ ed ebbe l’impressione, e subito dopo la certezza, che i due camionisti si fossero accorti della chiazza che inzuppava i suoi pantaloni all’altezza del cavallo. Alla fine di questa storia assurda gli avrebbe fatto vedere lui come è facile arrivare a farsela addosso per la fifa!
“‘e sal…i…eee.” Disse il cuoco, salutando lo straniero con la mano.
Provò a contraccambiare il saluto, più per istinto che per altro, e si stupì vedendo la propria mano alzarsi verso l’alto e piegarsi disinvolta verso destra e verso sinistra.
Aveva recuperato la capacità di muoversi, glielo stavano dicendo anche le gambe, pesanti come macigni ma libere di staccarsi dal pavimento.
Ora poteva agire. Doveva agire.
Lanciò una rapida occhiata ai due agenti, trovandoli ancora intenti a discutere su chi dei due avrebbe dovuto disarmare il ritardato.
Respirò profondamente, chiuse gli occhi, si concentrò e poi si girò rapido come una freccia colpendo con tutte le sue forze il poliziotto che gli stava vicino. Le due mani, unite in un micidiale maglio lanciato a tutta velocità, centrarono l’agente fra spalla e collo, scaraventandolo lungo e tirato sul pavimento e facendogli perdere la pistola.
L’altro poliziotto, rosso come un tizzone ardente, puntò la sua calibro nove verso di lui e premette il grilletto. La pallottola lo colpì di striscio alla spalla destra, strappandogli la maglia e qualche brandello di pelle. Cadde atterra urlando, con la mano sinistra sulla ferita che bruciava maledettamente.
Il cuoco urlò: “‘e sal…i…eee!!!” e sparò un colpo di fucile contro il poliziotto, colpendolo ad una gamba. L’arto schizzò sangue tutto attorno nell’arco di un metro, come esploso e l’uomo cadde piegato sul lato colpito, raggomitolato in una buffa posizione degna del più snodato contorsionista.
Malgrado un tremendo dolore gli mordesse la gamba come un cane rabbioso, non perse però la calma. Alzò la pistola, mirò alla faccia del cuoco ed esplose due colpi, colpendolo ambedue le volte. Il ritardato cadde con ancora stampato in faccia, quello che restava della faccia, il suo sorriso dai disordinati denti gialli.
L’altro poliziotto intanto strisciava sul pavimento, cercando riparo fra le sedie ed i tavolini, nel vano tentativo di ritrovare la pistola finita chissà dove.
“Dove cazzo è finito il frocio?” Urlò da sotto un tavolo.
“E’ qui.” Rispose il collega. “Lo tengo sotto tiro.”
A quanto sembrava, il suo tentativo di fuga poteva già ritenersi concluso, visto che era di nuovo sotto il tiro della pistola di uno dei poliziotti ed il suo soccorritore se ne stava beatamente disteso per terra, in un lago di sangue nel quale navigavano brandelli di pelle e di cervello. Il fucile era lì, a pochi centimetri dal cadavere ma a troppi metri dalle sue mani. Chiuse gli occhi nell’attesa della fine, sperando che questa volta non si facesse attendere troppo.
Avendo gli occhi chiusi si perse molto di quello che sarebbe successo di lì a poco, tanto gli avvenimenti si svilupparono veloci e confusi.
La cameriera uscì dalla cucina e si ritrovò i piedi immersi nella brodaglia uscita dal cranio del cuoco.
Il poliziotto la guardo e scoppiò a ridere isterico, pisciando ancora ed arrivando a bagnare anche la ferita.
Contrariamente a quanto si sarebbe aspettato, la donna si gettò con la rapidità di una gatta sul fucile, lo alzò senza guardare e sparò l’ultimo colpo rimasto, colpendo il lato sinistro del collo del poliziotto e, involontariamente, lo straniero che era sulla traiettoria, dietro al corpo dell’agente con tanto di braccia alzate in segno di resa.
L’avambraccio sinistro dello straniero volò per aria staccato di netto dal colpo.
La faccia della donna si concesse solo una fugace smorfia per l’orrore provocatogli da ciò che aveva fatto all’uomo, poi tornò tirata ed inespressiva. Raccolse calma tre cartucce dal pavimento e caricò il fucile, scarrellò e sparò ancora, questa volta avendo cura di mirare, colpendo l’agente in pieno petto.
L’uomo alzò le mani, urlò guardando il grosso buco che aveva al posto del torace che stava lì fino a pochi istanti prima, e poi stramazzò al suolo, in un lago di sangue ed interiora.
Da dietro ai tavoli, in qualche angolo nascosto della sala, si sentiva urlare il suo collega, piagnucolante e sempre alla ricerca della pistola smarrita.
Un oggetto argentato attirò la sua attenzione. Era lì, non molto distante.
Allungò incerto la mano, ma la dovette ritirare di corsa quando un nuovo colpo esploso dal fucile a pompa sollevò frammenti di cotto dal pavimento.
Si ritrasse tremante, con le spalle poggiate al muro.
Il silenzio si era impossessato del locale. Lo straniero era atterrà, con la mano destra stretta attorno ai brandelli dell’avambraccio sinistro. I due camionisti erano nascosti sotto il loro tavolo, con le mani a proteggere la testa. Non avevano più molta voglia di divertirsi.
L’agente, spinto dall’istinto di sopravvivenza, provò a sorprendere la donna. Schizzò fuori da dietro al tavolo, fece una capriola e si buttò sulla pistola prendendola per miracolo. Poi diede un calcio ad un altro tavolo facendolo cadere e ci si nascose dietro.
La donna ne seguì i rapidi movimenti senza riuscire a metterlo a fuoco. Aveva solo più un colpo e non intendeva sprecarlo. Avrebbe potuto sparare contro il tavolo, quasi sicura che lo avrebbe mandato in brandelli e con lui chi gli stava dietro, ma era quel quasi a trattenerla.
Da dietro il tavolo l’agente prese fiato con un paio di respiri profondi, poi si alzò di scatto, puntò la pistola sulla donna e sparò tre colpi. Due centrarono il corpo magro della cameriera, uno andò oltre, colpendo il boiler a gas che stava vicino al lavello del bancone. Quello che non riuscirono a fare i due colpi, venne fatto, e alla grande, dall’esplosione della piccola caldaia.
Il violento botto sparpagliò per il locale pezzi di tavoli e sedie che, infuocati, volarono in tutte le direzioni, incontrollabili dardi impazziti. La tubatura del gas continuò a saltare per aria, gonfiando il muro come una talpa intenta a scavarsi la casa a bordo di una fuoriserie.
I camionisti urlarono avvolti dalle fiamme del loro tavolo, le bottiglie dietro al bancone versarono cascate di fuoco sul pavimento. L’agente scaricò verso il nulla il caricatore della sua pistola, con il ventre perforato dalla gamba di una sedia e la faccia condita da salsa al pomodoro e maionese piovutegli addosso da chissà dove.
Lo straniero, strisciando sul pavimento in fiamme, fra resti umani ancora caldi, uscì dal locale. In seguito, non sarebbe sicuramente stato in grado di raccontare come ci riuscì, ma in momenti come quello era vivamente consigliato badare più alla sostanza che alla forma.
Alle sue spalle tutto era fuoco. Caldo, asfissiante, doloroso fuoco.

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Un inedito dell'autore:

Nessun sentimento, solo sensazioni

La scaletta di metallo sembrava scomparire nel vuoto, buio infinito che lo richiamava ammiccando.
Aveva ormai una decina di metri di terra sopra la testa, là sotto il sole era già poco più dell’illusione di un ricordo. Il nero sapeva avvolgere, tremendamente abile nel farlo. Il suo lavoro, infondo.
Fece un respiro e si decise a scendere. Lo stomaco continuava a lamentarsi rumorosamente. Rimostranze gorgogliate per far capire al resto del corpo che essere inghiottiti da quella nera bocca famelica non era cosa scritta sul programma dello spettacolo pomeridiano. Ma il resto del corpo, la maggioranza silente e subente, si era già piegato al volere della testa, e questa aveva deciso che si doveva scendere. Ed allora si sarebbe scesi, tutti insieme, reticenti compresi.
Lo stomaco disse ancora qualcosa, in quel suo gergo così poco comprensibile, poi si decise a seguire il gruppo senza dare più troppo fastidio.
Si aggrappò alla scaletta e riprese a muovere passi verso il basso, un piede dopo l’altro, sulle barre di metallo larghe un paio di freddi, umidi pollici.
Di tanto in tanto lanciava un’occhiata verso il basso senza riuscire a cogliere nulla che non fossero quegli stani filamenti di luce inesistente che gli occhi trasmettono al cervello quando il buio diventa impenetrabile. Strane figure. Affascinanti a loro modo. Ma non era in quel buco per lasciarsi andare a vagheggiamenti psichedelici. Scendere, solo ed esclusivamente scendere.
Ed allora ancora giù.
Una sorta di lampo silenzioso, un’ombra di luce strisciante veloce come un ratto in fuga, lo scosse. Una scia azzurra a sfrecciare qualche metro sotto i suoi piedi, per poi scomparire senza lasciare tracce.
Poi il rumore di colpi su tubi metallici. Rintocchi che si allontanavano, fino quasi a sparire. Coperti dal suo respiro, ora rumoroso come una motore diesel anni ottanta.
Marta era là sotto.
Fluttuava leggera su quelle ragnatele metalliche, intrecci di tubature che portavano in giro per la città, sotto la città, tutto ciò di cui la città aveva bisogno. E la città poteva così continuare a vivere.
“Se questa è vita…” disse il Bestia a voce non troppo bassa, giusto per essere sicuro di essere sentito.
Marta era là sotto.
Marta sui tubi la chiamavano.
Un solo secondo fra le budella di quel mondo e quello strano nome perdeva tutto il suo mistero.
Frugò fra i tasconi laterali dei pantaloni di tela marrone ed arrivò a toccare con le dita la torcia elettrica. Dubitava che le batterie avrebbero retto più di tanto, ma era ora di tirarla fuori ed accenderla.
Marta era là sotto.
Il fascio di luce puntato verso il nulla restituì nulla, a mo’ di specchio. Rimase immobile, aggrappato con una mano alla scala e con l’altra a tenere fissa la torcia puntata verso il basso. Nulla, non un movimento, un solo rumore.
Spense la torcia, attese ancora qualche secondo, poi riprese a scendere. Più lento e meno sicuro di prima, consapevole di essere un bersaglio facile in un ambiente ostile nel quale lei, al contrario, si muoveva con straordinaria disinvoltura.
Faceva caldo, l’aria diventava via via più pesante. Gocce di sudore cominciarono a scendergli lungo le tempie, correndo sulle guance, solo rallentate dalla barba di quattro giorni, per poi cadere nel vuoto.
Sopra la sua testa le macchine sfrecciavano sicuramente come tutti i giorni facevano a quell’ora. Eppure nessun rumore arrivava fino a lui.
Un soffio d’aria gli sfiorò l’orecchio sinistro. Una sensazione piacevole nell’immobile aria calda che lo imprigionava. Socchiuse gli occhi e godette sorridendo lievemente di quella piacevole carezza e… No, questa era lei!
Spalancare gli occhi non fece altro che inondare la sua mente di un insondabile nero.
Un colpo secco alla spalla sinistra lo fece vacillare pericolosamente. Girò su se stesso fino a sbattere con una guancia contro uno dei due montanti della scaletta. Perse la presa della mano destra quando la rotazione del polso fu tale da fargli scoppiare un incendio lancinante nell’arto. La suola di gomma degli anfibi dimostrò tutta l’inadeguatezza al compito cui era chiamata a svolgere quando si fece battere dalla umidità che impiastrava i gradini. Tenersi aggrappato alla scaletta fu impresa quasi disperata.
Marta stava svolazzando attorno. Ora non c’erano più dubbi.
Il sudore era ora più copioso, ma freddo come la brina di una mattina qualsiasi di quel dicembre appena cominciato, quando fuori la nebbia pareva non essersi accorta che novembre era già volto al termine.
Stranamente, la sua mente era vuota, quasi fosse del tutto libera da pensieri. Giusto sfuggenti sensazioni. A colpirlo ora da questa, ora da quell’altra direzione, quasi il suo corpo fosse coperto da un reticolo di sensori ipersensibili.
Era stato un errore scendere là sotto. Affrontarla proprio lì dove era così forte. Questa leggerezza l’avrebbe pagata cara, su questo non c’era più alcun dubbio. Rimaneva solo da capire quanto salato fosse il conto.
Un rumore alla sua destra lo fece girare di scatto.
Alzò la mano destra per puntare la torcia. Urtò con il dorso contro il moncone di un tubo piegato malamente e quasi perse l’unico legame con la luce che gli restava in quell’universo buio.