| |
da "Siciliani
fino al midollo"
C’era tanta gente la sera del compleanno di Luca,
venuta apposta per il ricevimento che era ormai divenuto una
tradizione dell’isola Gialla. Luca mi aveva pregato di indossare per
l’occasione soltanto una corta sottoveste di seta rossa senza nulla
sotto. Al mio ingresso nel salone delle feste, mentre gli invitati non
nascondevano il loro interesse per la mia mise, Luca mollò il gruppo
di notabili con i quali stava conversando, si diresse verso di me e
disinvoltamente mi sollevò con le braccia e mi portò fuori dal
salone per la stessa porta dalla quale ero appena entrata. Ciò tra lo
stupore generale. In preda a folle eccitazione cominciò a sollevarmi
la sottana e pretese di possedermi avendomi fatto sedere sulla
consolle del corridoio, incurante del passaggio dei camerieri che
portavano vassoi colmi di coppe di champagne. Alla mia resistenza
s’infuriò e con uno strattone fece volare il monumentale orologio
stile impero che troneggiava sulla consolle. Fuggii verso la prima
camera con la mise a brandelli. Qualche minuto dopo Luca bussò alla
porta e con voce del tutto tranquilla mi annunziò: “Celeste Maria,
voglio presentarti due amiche dalle quali avrai molto da imparare”.
Con la più grande naturalezza, introdusse nella stanza due giovani
donne, il cui abbigliamento ed i cui sguardi testimoniavano
chiaramente la natura della loro professione; prostitute di un
bordello di lusso. Gilda e Farah erano sue vecchie conoscenze.
Entrambe avevano in comune l’esperienza del “cabaret parigino”.
Gilda d’origine olandese, era alta, longilinea, con un viso di
porcellana in cui spiccavano fantastici occhi verdi ed una bocca
sensuale. I suoi capelli erano corti ed una frangetta le copriva la
fronte.
Farah era l’opposto, piccolina ma formosa, di
carnagione scura, occhi e labbra d’andalusia, la terra da cui
proveniva.
Nelle sue fantasie erotiche Giangi era
assolutamente imprevedibile. Una volta mi obbligò a distendermi nuda
su un tavolo di pietra collocato nel suo studio. Ben conoscendo le sue
esplosioni d’ira, che in caso di un mio rifiuto si sarebbero
inevitabilmente scatenate sulla mia persona, non potei sottrarmi come
al solito alla sua bizzarra richiesta. In ciò mi ricordava mio padre
il quale imponeva a mia madre comportamenti che io da bambina ritenevo
intollerabili. In fondo anche lei, come me, era plagiata da un
energumeno che aveva finito di imporle perfino di dividere il letto
con l’amante di turno. E ciò non accadeva in una corrotta corte
imperiale, bensì in uno squallido paesino di campagna di nome
Trappolo.
|