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da "L'anima
gemella"
“Era una cosa inspiegabile, come qualsiasi
altro sentimento che riesce ad infrangere ogni regola della rigida
razionalità, ma che è troppo per una mente lucida e calcolatrice,
comprensibile solo a chi, almeno una volta nella sua vita aveva
lasciato che l’amore lo contagiasse in ogni suo atomo e respiro. Ma
io, non essendoci abituata ero a dir poco spaventata. Volevo qualcuno
che mi potesse stare vicino in questo momento di completo sballamento.
Sicuramente non capitava tutti i giorni di incontrare la propria anima
gemella, e per di più… di riconoscerla. Ma come facevo ad averla
riconosciuta… se non l’avevo mai vista prima?! Ecco, fu proprio
questo mio ultimo pensiero a far scaturire in me una della mie ormai
famose sensazioni. Questa volta però sapevo esattamente da dove
proveniva. La nonna.
Se non
mi ricordavo male sarebbe dovuta venire a “prelevare” la piccola
-reduce- dal campo- scuola, il giorno seguente. L’avrei presto
incontrata. Ma in quel caso resistere
un altro giorno era un’impresa titanica. La nonna questo sicuramente
lo aveva capito, tanto che mi mandò una delle sue visioni. Non
spedita, semplicemente “trasmessa”. Chiusi gli occhi e un rivolo
di sangue mi percorse la schiena, dall’osso sacro fino alla punta
dei capelli. Riuscivo a distinguere tutte le componenti del mio corpo,
ogni atomo vivente, ogni cigolio delle ossa, ogni distensione dei
muscoli. Tutto del mio corpo in quegli istanti era solo e
semplicemente un atto prodotto da un banale corpo umano, dal quale io
mi distaccavo riuscendo a focalizzare nella mia mente un’immagine.
Una visione. Premonizione. Vidi un libro, mi sembrava un semplice
libro di ricette, ma qualcosa mi diceva che non lo era affatto. Un
cassetto, sì… lo riconoscevo. Era un piccolo mobiletto che tenevo
in soffitta. Uno di quelli della nonna, dei tempi in cui viveva ancora
in questa casa. Quando era adolescente, prima che si trasferisse a
miglia di distanza con la sua famiglia, e prima che lasciasse in dono
la sua dimora, dove aveva trascorso la primavera e il dolce e sensuale
solstizio d’estate della sua vita, a mio padre, unico frutto
dell’amore tra lei e il nonno, scomparso prima che io compissi il
decimo anno di età.
Mi
risvegliai. Feci un balzo giù dal letto e alla velocità della luce
percorsi in fretta le scale che portavano alla nostra soffitta.
Correvo così veloce che rischiai due volte di rompermi una gamba, ma
la curiosità era troppo… troppo lancinante, da togliermi il
respiro. Arrivai al mobiletto che avevo visto nella visione. Era
sovrastato da milioni di cartacce, cuscini, candele, scartoffie,
vecchie ciabatte, racchette da tennis, di tutto di più. Ricordi di
una vita familiare intensa e ben assortita… la cosa più normale del
mondo. Ma quando si trattò di cercare di aprire quel maledetto
cassetto, ogni ben di dio che si trovava sopra il mobiletto, tutta
quella torre eiffel che lo -e mi- sovrastava si inclinò molestamente
verso di me e, purtroppo, nonostante tutti i miei sforzi per bloccarla
e impedire che mi rovinasse addosso, mi inondò facendo un rumore che
ero sicura avessero sentito anche i vicini lontani tre isolati da noi.
Il fatto positivo era che, oltre ad aver ritrovato la mia collezione
preferita di figurine di quando ero piccola, mi si aprì il cassetto e
mi ritrovai il libro tra le mani. Era un diario. Il diario della
nonna.
Una vecchia agenda di ricette… adibita a diario. Tenendolo fra le
mani, con la massima cura, le mie dita a mala pena lo toccavano, come
se fosse la reliquia più preziosa del mondo, sentendo la sua fragile
e polverosa consistenza al tatto dolce dei miei polpastrelli. C’era
anche l’anno: 1953. La nonna doveva avere la mia età. Era di un
colore indefinito, sicuramente scolorito dagli anni: tra il
marrone-bordaux e in alcuni punti, esattamente dove appariva la
scritta: “Libro di ricette” sovrastata da quella, ripassata a
pennarello di “Diario”, di un blu intenso. Lo aprii, stando
attenta a non ritrovarmi la sola copertina sfasciata tra le mani.
“Meredith Jones”. La nonna. Ma sotto, sì, sotto la sua firma, si
scorgeva ancora un altro autografo, a lapis, di qualcun altro. Non
sembrava la scrittura di una donna. Ma non riuscivo a capire cosa
c’era scritto. Andai avanti con la mia ispezione. Erano le undici
quando mi addentrai nel mondo di mia nonna, nei suoi anni ’50, e
affascinata dalla miriade di cose che mi si mostravano agli occhi,
svelandosi dopo tutto quel tempo proprio a me, non mi accorsi che
nella mia soffitta, con le gambe incrociate, seduta a terra e il libro
sulle ginocchia, ci trascorsi circa due ore e mezza. Sicuramente
Christopher mi avrebbe data per dispersa, ma era più forte di me.
Avevo scoperto finalmente il magico mondo di mia nonna, che, con mia
grande meraviglia non era molto diverso dal mio.
Meredith alla mia splendida età già mi assomigliava moltissimo. Una
ragazza romantica -i fiorellini che ogni tanto ornavano le pagine del
libro lo dimostravano- sognatrice -alcune poesie d’amore spiccavano
di una lucentezza propria, un vero talento-, ma soprattutto… cotta.
Il solito mondo magico di mia nonna, quando era alle prime armi in
quello di una donna, sembrava aver fatto spazio ad un altro insolito,
e magico di suo, mondo. Quello dell’Amore. Ebbene sì la nonna, come
me, era innamorata. In ogni pagina raccontava le sue giornate in
compagnia di un uomo, poco più grande di lei, sensibile, con il quale
trascorreva tutto il suo tempo quando, durante le vacanze, lui, che
era suo vicino di casa, la veniva a trovare e insieme, correvano
spensierati tra i prati in fiore, insieme giocavano a nascondino,
maliziosamente, non oltrepassavano mai il nobile e curioso, ma
estremamente sensuale, gioco di sguardi. Tra di loro la passione era
tangibile. Mia nonna a tinte forti, ma anche di una dolcezza
imparagonabile, raffigurava le sue scorribande innocenti e pure,
mentre rincorreva il suo sogno. E nonostante la sua innocenza, sapeva,
era a conoscenza, anche allora con la sua estrema capacità sensitiva,
che aveva davanti l’amore della sua vita. Era il diario dei suoi
momenti insieme a quella sua famosa anima gemella, della quale, fino
alla fine della vicenda ho ignorato il nome. L’unica cosa che mi
stupì fu il fatto che avesse fatto suo, come diario, il vecchio libro
delle ricette. Ricette scritte a mano da un’altra persona, sempre a
lapis, la stessa dell’autografo all’inizio dell’agenda. E la
cosa più bella sicuramente erano i momenti in cui -mia nonna
descriveva- lui andava a trovarla e cucinavano insieme. Probabilmente
ogni volta una delle ricette riscritte poi lì sopra. Una ricetta
diversa ogni giorno. La loro sembrava un’intesa perfetta, culinaria,
erotica, al massimo grado, ma mai consumata. Quando finii di leggere
il diario, però, ebbi l’impressione che la storia, il loro amore,
la narrazione di mia nonna, tutto era stato come… lasciato in
sospeso. E le cose lasciate in sospeso prima o poi ritornano sempre a
galla.”
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