“Il mio sogno Sergio, più o meno è lo stesso che hanno migliaia e migliaia di omosessuali, indipendentemente che siano uomini o donne. Il mio sogno è di essere accettata. Quello di non essere guardata di traverso. Quello di poter vivere serenamente il mio amore verso la persona che amo, anche nei luoghi pubblici. Non voglio dare scandalo, vorrei però avere la possibilità di camminare per strada tenendo per mano Ornella, di darle un bacio affettuoso in un bar mentre ci si beve un cappuccio, senza dover subire gli sguardi di condanna di chi crede di non avere scheletri nel proprio armadio, di chi si pone al di sopra di ogni critica. Però c’è un sogno ancora più grande che mi porto dentro, anche se fa parte della stessa speranza. Il mio sogno è di potermi sposare. E di farlo in chiesa. Vorrei farlo per tracciare un segno indelebile di civiltà. Vorrei farlo per cancellare secoli d’intolleranza e di tabù. Vorrei farlo per vivere alla luce del sole. Vorrei farlo per tutelare la mia vecchiaia e quella della persona che amo, della donna con la quale vorrei passare il resto della mia vita. Potrei dirti che vorrei sposarmi ed avere la facoltà di adottare un bambino, di togliere una piccola vita dall’atmosfera degradante di un orfanotrofio. So che è un discorso complesso, dove anche con delle ragioni, qualcuno potrebbe avere dei dubbi per la mancanza di una figura maschile, quella del padre. Io sostengo che si potrebbe intervenire affiancando la presenza di uno zio… di un uomo che sia disposto a ricoprire questo ruolo. Però so che i tempi, per scelte di questo tipo, sono ancora lontani. Allora ti dico che vorrei sposarmi perché amo Ornella. Allora ti dico che vorrei sposarmi in chiesa perché credo in Dio. C’è qualcosa di sbagliato? Secondo te, Sergio, c’è qualcosa di sbagliato in tutto questo? Vorrei conoscere le ragioni, Sergio, semmai qualcuno ne abbia e le conosca, per cui non posso sposare la donna che amo. Vorrei che ci sposassimo in chiesa perché crediamo in Dio. O c’è qualcuno che pensa che due lesbiche non possano credere in Dio?”. Ve l’ho detto all’inizio… Quella donna mi è sempre piaciuta. Questa Rosa continua a piacermi. Mi piacciono il suo cuore e la sua onestà. Soprattutto però, apprezzo quella qualità che al suo arrivo Sergio non riusciva ad individuare. Quella qualità che anche io ho voluto tenervi nascosta fino ad ora, anche se sono convinto che molti di voi l’abbiano già individuata ed abbiano capito a cosa mi riferisco. Sto parlando del coraggio. Rosa, e tante Rose come lei, stanno vivendo con coraggio la loro vita. Non si stanno nascondendo. Giorno dopo giorno, momento dopo momento, stanno vivendo e lottando per un loro diritto. Lo stanno facendo nonostante i pregiudizi e le intolleranze. Nonostante la cattiveria e l’ignoranza. Non è per niente facile, ve lo posso garantire. Adesso, allora è arrivato il vostro momento. Ora tocca a voi. Tocca a voi accettare un aspetto della vita. Forse non fa parte del vostro modo di essere, ma fa parte della vita. Tutte le Rose di questo mondo stanno cercando di vivere con dignità la propria sessualità e la loro sfera affettiva. Lo stanno facendo senza fare del male a nessuno. Molte di loro agiscono anche con discrezione, con grande discrezione. Possono offendere il modo di pensare di alcuni, ma in questo caso, io credo, che chi sente offeso dovrebbe fermarsi e riflettere. Pensare semmai, se non è lui stesso che sta offendendo la libera espressione della vita. Rosa ha avuto coraggio. Rosa quel coraggio lo ha portato alla luce, lo ha manifestato. Ora, uomini e donne, tocca a voi. Tocca a noi, anche se io non sono né uomo né donna. Questo è il momento della comprensione. Adesso tocca a noi tirare fuori il coraggio.

 

INEDITO

I giorni del vino e delle rose

La prima volta che ebbi a che fare con il vino avevo circa otto anni. Mio padre, prendendomi per mano, mi annunciò che quel giorno non sarei andato a giocare con gli amici giù al fiume; anche per me era giunto il tempo di prendere parte all’antico rituale di pestare l’uva con i piedi. Io non avevo la più pallida idea di cosa fosse un rituale, né tantomeno riuscivo a capire perché mai bisognasse schiacciare l’uva raccolta proprio con i piedi. Con quella parte del corpo così lontana e dimenticata; con quella parte di noi stessi che attira l’attenzione solo per odori che tutti ritengono sgradevoli. Il profumo intenso di quella cantina però, me lo porto ancora dentro, ho ancora davanti agli occhi i milioni di moscerini che mi giravano attorno alla testa, come le risa e gli sguardi felici dei miei familiari, ma soprattutto ricordo quanto era buono quel succo che usciva da tutti quei grappoli di uva, spappolati e schiacciati, sotto il movimento incessante delle gambe, e dei nostri piedi. Ricordo la prima sensazione di originalità che ebbi quando mio padre mi sollevò in aria e mi mise dentro al grande contenitore di legno, dove era adagiata una enorme quantità di uva nera appena raccolta. Era una percezione davvero insolita, quella di sentire sotto i piedi nudi gli acini che si rompevano e si svuotavano, schiacciati dal peso del mio corpo. Per una volta non saltavo da un sasso all’altro del fiume, mettendo di tanto in tanto il piede dentro all’acqua fresca che scendeva dalla montagna, ma zompavo in quel letto di uva e di mosto, già eccitato da quel succo ancora prima di poterlo bere. C’erano canti e risa che accompagnavano quella strana giornata così diversa da tutte le altre. Mio padre continuava a svuotare, sopra ai nostri piedi, l’uva che era contenuta nelle casse di legno addossate al muro. Ne svuotava una dopo l’altra; poi, dopo aver lanciato un incitamento a me e a mio fratello maggiore, si perdeva, con uno sguardo luminoso, negli occhi di nostra madre. A quel tempo non sapevo ancora cosa volesse dire quella luce che era dentro ai loro occhi, quella luminosità e quel bagliore che erano sempre seguiti da un sorriso. Non conoscevo ancora i brividi dell’anima che accompagnavano quegli sguardi profondi, né la quantità delle emozioni che ribolliva dentro ai loro cuori. So con certezza che quello stupore per le cose belle della vita, in loro, lo ritrovavo tutte le volte che mio padre portava una rosa, raccolta chissà dove, in dono a mia madre.
Alla fine di quel rituale mi fecero bere un intero bicchiere, ma forse anche più di uno, di quel liquido dolce e saporito. Non ci sentivo solamente l’odore discutibile dei nostri piedi, ma vi coglievo un insieme di sapori nuovi e profumi sconosciuti, tuttavia al tempo stesso familiari. Fragranze che riconoscevo anche nei muri della nostra casa, in particolar modo in quelli della cucina o delle cantine. Erano odori che sentivo sulla pelle dei miei genitori tutte le volte che mi stringevano con i loro abbracci; gentili e freschi come la brezza della mattina erano quelli di mia madre; più forti e decisi, come il rombo del trattore che guidava, quelli di mio padre. Poi, dentro a quel succo che mi fecero bere, c’erano i profumi della terra arroventata e seccata dal sole o bagnata e resa umida dalle piogge di primavera. Quegli odori li conoscevo bene, perché mi nascondevo spesso tra i filari quando cercavo di non farmi vedere dai miei familiari dopo aver commesso qualche marachella. Li conoscevo anche perché in mezzo a quelle strade di terra dove ci cresceva la vigna, ci passavo interi pomeriggi, insieme agli amici d’infanzia, a parlare e fantasticare su aspetti della realtà che non conoscevamo per niente, ma che erano ben chiari e definiti nella nostra immaginazione.
Un po’ di anni dopo, sempre in mezzo a quei filari, ho confuso l’odore dell’erba tagliata da poco con quello più inebriante della pelle di una donna, della prima ragazza che ho avuto tra le braccia. Mischiammo i nostri baci con i frutti maturi dei grappoli ancora appesi ai tralci e quasi pronti per la vendemmia.
In quella miscela di amore e sensazioni riaffioravano in superficie i ricordi di quella prima vendemmia fatta con i piedi e di quegli acini che si infilavano tra le dita.
Molti di quei ricordi se li portarono via i moscerini che mi ronzavano sopra alla testa, attorno a quella parte del corpo dove si dice si nascondano le memorie della nostra esistenza. In realtà, io credo, che i ricordi più importanti scelgano come casa un luogo diverso, un luogo protetto, affinché non vengano dimenticati per strada o nel corso degli anni. Credo allora, che le immagini importanti della mia vita, insieme alle sensazioni di quei momenti, io le ho tutte conservate nel cuore.
È per questo che molti istanti di quella giornata io li rivedo come se fossero accaduti solo pochi giorni prima. Ho ancora nelle orecchie il suono che faceva il mosto quando veniva versato, come fosse una cascata, dentro ai tini dove sarebbe dovuto fermentare subendo così la prima trasformazione alchemica. Ricordo gli incoraggiamenti che mi rivolgevano i parenti e gli amici dei miei genitori; mi davano forza e mi eccitavano al tempo stesso. Io ci mettevo allora tutto il vigore che avevo in me, cercando di far uscire più succo possibile da ogni singolo acino d’uva. Mi impegnavo a mescolare l’allegria e l’entusiasmo di quel giorno, a quel succo che sarebbe diventato vino, a quella bevanda che sarebbe finita sulla nostra tavola. Lo facevo con tutto me stesso, consapevole di nulla, ma sicuramente con tutto me stesso e felice di quel momento.