Teheran, 17 settembre 2011

Il presidente Muhamed Al Shraà aveva convocato i ministri del suo governo e i capi spirituali del paese, gli “Ayatollah”. La questione da discutere nell’ordine del giorno era sicuramente di importanza capitale: se, ma soprattutto come e quando, intervenire. “Damasco è caduta ieri nelle mani degli infedeli”, annunciò con enfasi il presidente Al Shraà, conscio per altro che tutti i presenti ne erano a conoscenza, ma allo stesso tempo radicato nelle usanze tipiche degli arabi di solennizzare ogni situazione. “Il nostro paese corre un grosso pericolo, pur non avendo ricevuto nessuna intimidazione a livello diplomatico… anzi, ritengo di sentirmi sotto attacco. L’esperienza mi insegna che è meglio prevenire, ciò detto, vi rendo noto che ho dato ordine ai responsabili militari delle nostre forze armate, di attestarsi al confine con l’Iraq. Come ben sapete, disponiamo del gioiello della nostra capacità tecnico-scientifica, che i cervelli degli scienziati e la capacità dei tecnici ci hanno messo a disposizione… mi riferisco alla bomba atomica, che in onore e a memoria delle sacre scritture, abbiamo ribattezzato ‘Armageddon’. Gli occidentali sono avvertiti, il nome stesso gli incuterà timore! Se i cani infedeli non si ritireranno dalle terre dei nostri avi, che il gran profeta ci diede l’onore di calcare, santificandole, saremo costretti ad usarla, per purificare il suolo dalla contaminazione dei miscredenti”. Mentre profferiva le terribili parole, una sorta di luce magnetica e maligna risplendeva nei suoi occhi.
Era salito al potere da circa otto anni e da quel momento si era immediatamente ed onestamente palesato, come il grande nemico dell’occidente. Proveniva da una famiglia di umili origini, anzi si potrebbe affermare, senza tema di smentita, che era cresciuto nella più assoluta povertà, covando dunque l’odio nei confronti di chi sfruttava il suo popolo e la sua terra, lasciandoli nell’indigenza. Gli occidentali, americani in testa, aveva giurato a se stesso, sarebbero stati ripagati, un giorno, con la giusta moneta della vendetta. Aveva perso due fratelli e una sorella, morti di malattie che, con i soldi per le medicine, sarebbero state curabili; ma i suoi genitori non se le erano potute permettere. Ogni qual volta un lutto si abbatteva sulla sua famiglia, egli giurava e ripeteva vendetta! E ogni volta lo faceva toccandosi in un gesto automatico e spontaneo il capo, avendo egli in quel punto, sin dalla nascita, una voglia color porpora, che quando era disperato o irritato, in ogni caso alterato, gli solleticava, in una sorta di leggero prurito. Sotto i folti capelli neri, cercando bene, la si intravedeva, non era di forma consueta, assomigliava a tre virgole convergenti nel centro, anzi a meglio guardare erano una specie di tre numeri sei.
I convenuti, volenti o nolenti, presero atto della decisione già decretata dal loro presidente, nessuno di loro si sarebbe osato a profferire anche la più piccola obiezione, perché sarebbe stata l’ultima cosa che avrebbe fatto in vita sua!