| INEDITI |
Giulio
Ricatti
(dal romanzo di viaggio: “Fucking Frijoles”)
...La sera ero già in qualche stato del sud, sul pullman non era
rimasto un solo bianco a parte me. Feci una sosta di un paio d’ore
in una stazione di servizio. Cenai con l’ennesimo hamburgher e poi
mi andai su un gradino nello spiazzo davanti ai pullman. L’aria era
cambiata notevolmente da quando ero partito e faceva già molto più
caldo. Feci conoscenza con un paio di tossici che bazzicavano la zona.
Io ero sempre stato il tipo di persona che attira questo genere di
individui, forse perché ho un’aria modesta e inoffensiva. Riuscii a
staccarmeli di dosso regalandogli un paio di dollari, poi vicino a me
si venne a sedere una giovane prostituta, probabilmente non era
neanche maggiorenne, sembrava una ragazzina. Aveva una gonna rosa, un
giubbotto jeans, e delle scarpe con dei tacchi vertiginosi. Era anche
pesantemente truccata, faceva quello che poteva per sembrare una
donna, ma non ci riusciva proprio. Mi disse che viveva in una roulotte
lì vicino.
“Perché non vieni a fare un
salto?”
“No
grazie, non posso”
“Non
sono cara”
“Non
ho proprio soldi”
Allungò le gambe in maniera scomposta e se le accarezzò con la mano.
“Non
ti piaccio?”
“Non
è per questo, non posso,davvero”
Mi guardò con dolcezza.
“Ho
fame. Mi compri qualcosa da mangiare?”
Ero solo e mi lasciavo corrompere facilmente.
“Sì,
va bene” dissi.
“Davvero?
Grazie!”
Presi lo zaino e ci dirigemmo verso il fasto food della
stazione. Le presi un hamburgher e una coca cola e ci andammo a sedere
ad un tavolo. La gente ci guardava male, che cazzo volevano? Lei disse
che andava un secondo in bagno. Mentre era via mi venne vicino un
cameriere, si chinò verso di me e mi disse all’orecchio qualcosa
che non riuscii ad afferrare. Gli chiesi di ripetere.
“E’ una puttana” disse “e una drogata”
“E allora?”
“Stai attento”
Io alzai le spalle senza sapere cosa dire. Il cameriere andò via e la
ragazza uscì dal bagno e venne a sedersi al tavolo.
“Mi
piace tornare dal bagno e trovare la mia cena sul tavolo”
“Questa
è la battuta di Pulp Fiction”
“Cosa?”
“Pulp
Fiction, il film, non l’hai visto?”
“No”
“Non
lo conosci Tarantino?”
“No”
Attaccò a mangiare il suo panino, sembrava se lo volesse sbranare.
“Fame,
eh?” dissi.
Annuì buffamente con le guance gonfie di cibo, sembravano lì sul
punto di esplodere. Continuò a dare morsi al panino e a masticare e
quando ebbe finito aspirò un lungo sorso di coca cola con la
cannuccia, fino a quando non si sentì altro che il risucchio del
bicchiere vuoto. Poi si pulì la bocca col tovagliolo e sospirò
soddisfatta.
“Era
proprio grandioso!” disse.
“Bah”
risposi.
“Non
ti piace l’hamburgher?”
“Non
molto”
“Io
amo gli hamburgher”
Guardai l’orologio che stava sulla parete.
“Senti,
ora è meglio che vado” dissi.
“Dove vai?”
“A New Orleans”
“Okay”
Mi alzai e
mi misi lo zaino in spalla. Lei mi accompagnò vicino al pullman. La
guardai un secondo negli occhi nel tentativo di salutarla. Mi prese il
bavero della giacca e mi tirò verso di lei.
“Vieni?”
disse.
Sentii all’improvviso nel mio cuore una sensazione violenta di
amore, paura e pena. Avrei voluto dirle di sì e stringerla tra le
braccia.
“No,
non posso” dissi.
La sua espressione di tramutò in odio. Mi lasciò il bavero della
giacca e mi scacciò via.
“Allora
vaffanculo!” urlò “Sei un frocio di merda!Vaffanculo, capito?”
Restai lì sconcertato. Gli altri passeggeri ci guardavano e io non
sapevo che dire e che fare.
“Vaffanculo!
Vaffanculo! Vaffanculo!” continuava ad urlare come una pazza.
Salii sul pullman scioccato e imbarazzato. Vidi un nero che cercava di
portarla via e di tranquillizzarla. Lei si divincolò e scoppiò a
piangere. Le persone sedute sul pullman si voltarono a fissarmi e poi
tornarono a guardare lei. Trovai un posto a sedere. Mi sentivo uno
stupido. Il pullman chiuse le porte e uscì fuori dal parcheggio in
retromarcia. Le lanciai un’altra occhiata dal finestrino. Era
accasciata in terra, con uno sguardo folle e feroce negli occhi. Poi
la strada mi inghiottì un’altra volta.

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