| da "Antiche malìe" …Da qualche giorno, quando passo davanti alla casa dei Quinci mi vengono i brividi alla schiena… E’ successo un fatto incredibile. Il figlio Franco, che tutti chiamavamo Ciccio, é morto, aveva soltanto diciassette anni. S'é ammazzato una settimana fa, nel pomeriggio, nella falegnameria dove lavorava come ‘picciotto’. Dicono che si è coricato sul piano della sega circolare, lasciandosi tagliare a pezzi. Non riesco a pensarci senza che mi domini un senso di incredulità e d'angoscia! Mi sembra impossibile che Ciccio possa aver compiuto un gesto simile. Mi sembra un sogno pieno d’incubi. ‘Com’è possibile che Ciccio non ci sia più’? mi domando angosciato. E la porta di casa sua listata a lutto, ad ogni passaggio, mi riporta alla cruda verità: Ciccio s’è ammazzato! ...Non lo rivedrò più, nemmeno solo di passaggio, dietro quei suoi occhiali da vista, con quei suoi capelli dritti e neri, magro, asciutto, l'espressione seria e spesso incupita. Nella mia mente si affollano mille domande: 'Era solo? Ma come ha fatto? S'é disteso sopra il piano mobile della sega... ma come sarà arrivato contro la lama che intanto si muoveva? E il dolore? ...quando avrà toccato la lama, con quale parte l'avrà toccata? …col braccio? con la spalla? col corpo? …Me lo immagino fatto a fettine lunghe il suo metro e sessantacinque o poco più, di altezza. Chissà se avrà provato tanto dolore… E il sangue? ...Chissà quanto sangue avrà perso... Il pavimento sarà stato rosso, con schizzi dappertutto. E dopo? Come avranno fatto a rimetterlo insieme, pezzo per pezzo…? Ed i parenti? Come l'avranno rivisto i parenti? In che stato gliel’avranno mostrato ai genitori?' Dopo la notizia della tragedia, nei giorni precedenti il funerale, più volte sono stato dominato dall’impulso di entrare e guardarlo disteso nella sua bara, ma subito una paura irrefrenabile mi ha fatto correre come un forsennato lontano, fino al fiume, dove mi fermavo per qualche attimo a riprendere fiato... …Passiamo da lu Bagghiu dove, attratti dallo schiamazzo di alcuni sbannuti che nuotano nel canale, ci fermiamo a guardarli. Temerariamente si tuffano dalla prua altissima di un peschereccio; uno addirittura, sale in cima all’albero di poppa per tuffarsi: lo fissiamo con muta ammirazione. A furia di guardare il desiderio di imitarli si fa forte fino a vincere qualsiasi timore. Messi in un angolo di prua i vestiti ci tuffiamo allegramente e rumorosamente in acqua. Proviamo pure a tuffarci dalla poppa, per noi già molto alta. Le nostre prime nuotate sono tranquille. Li sbannuti, esaurito velocemente il loro repertorio, cominciano a ‘starnazzare’ in acqua ed a scherzare mentre li guardiamo con cauta partecipazione. Improvvisamente due dei 'balordi' iniziano a nuotare con bracciate furiose verso di noi che siamo tutti al centro del fiume. Raggiungono Aldo, ch'è il più lento e meno esperto della compagnia, lo afferrano in due (per la testa ed un braccio) e lo affondano fino a farlo scomparire sott'acqua per un tempo che a noi sembra interminabile. Riemerge divincolandosi, sbracciando e gridando con voce implorante. Per qualche minuto la faccia di mio cugino resta color creta. "E fa' l'omu granni! Taliàtilu, pari chi sta annigannu lu muffùtu", esclama con teatralità l'autore dello scherzo, per sdrammatizzare il proprio gesto. Guai a fidarsi della loro apparente indifferenza! Lo sappiamo bene quanto sono imprevedibili questi sbandati che stanno giorno e notte alla marina e che a casa ci tornano quando hanno voglia… Tant’è, sanno imbrogliarci ogni volta con una nuova astuzia. Spauriti, risaliamo velocemente sul peschereccio, agguantiamo i nostri vestiti, saltiamo sul molo ed ancora più rapidamente ci allontaniamo. Loro intanto, per spaventarci, ci rincorrono con improvvisi scatti nell'acqua. Alcuni salgono anche sul molo e, mimando comicamente una rincorsa che non hanno alcuna intenzione di tentare, si fermano e incominciano ad insultarci: "Càntari di mmerda, vi scantati!? …Viniti ccà chi ni addivirtemu n'anticchia". "A tia nicu - grida il più 'duro', mentre, scappando, mi giro a guardarlo - si, propriu a tia dicu! A tia ti canusciu e si t'agguantu ti l'ha' ficcari 'n culo"… …Oltre la casa di Petru lu foddi, avvistiamo l'Omu Cani, curvo sopra la montagna d'immondizia, che staziona in prossimità del fiume. Indossa un cappotto sdrucito, color verde scuro, anche adesso ch'é estate, pantaloni scuri di flanella rattoppati ed un paio di scarponi neri, pesanti. Sulle spalle porta un gigantesco zaino militare ed a tracolla un borsone vecchio, malandato quanto lo zaino. Col suo bastone fruga nell'immondizia per procurarsi qualcosa da mangiare. Della sua vita, in paese, se ne parla come di una leggenda: non lo si conosce affatto. Un alone misterioso circonda il suo passato e la sua persona. Nostra nonna dice di averlo visto per la prima volta alla fine della guerra. "Era un giovanotto a quell'epoca ed anche un bell'uomo. Aveva un'aria dignitosa che gli è rimasta scritta ‘n facci. - aveva raccontato nonna una sera mentre ‘facìa rizza’ ed aveva continuato - Era un militare straniero forse, perché non parla mai con nessuno e non prende mai niente da nessuno, per quanto se ne sa". Gli passiamo accanto, ostentando un'aria d'indifferenza che tradisce un'avida curiosità. Lo guardiamo mentre raccoglie qualche tozzo di pane duro. Ha capelli e barba lunghissimi, lanosi e appiccicosi. Non osiamo avvicinarci troppo, se si accorge é capace di alzare in aria il suo bastone e di brandirlo minaccioso contro di noi, gridando parole incomprensibili. Ci capita spesso d’incontrarlo nei nostri frequenti passaggi dal fiume: dove c’è un deposito d’immondizia è certo che lui passa a rovistare. Una volta l’avevamo guardato per troppo tempo e con ostentazione, lui per un po’ aveva finto di non vederci poi, con un’energia incredibile, s’era voltato di scatto ed aveva tentato di menare in aria il suo bastone con due occhi che da soli bastavano a farci paura. L’avevamo preso a pietrate e lui s’era allontanato senza nemmeno tentare di ripararsi dai nostri ‘proiettili’, troppo piccoli del resto, per fargli male davvero… |