"C’era solo un particolare che mi indispettiva anche se non al punto da interferire con simili proposte: non capivo perché si dovesse stabilire sin da allora che una volta smesso di pattinare avrei tassativamente dovuto insegnare, tanto più che in proposito, io non mi ero mai pronunciata e neppure vi avevo mai pensato. Il mio scopo semmai era un altro e mi riguardava attivamente come atleta, non come allenatrice! Ma queste erano sottigliezze che mi guardai bene da esprimere con chicchessia e lasciai il mio destino nelle loro mani, incapace di valutare a pieno la portata di simili scelte, ma anche disorientata di fronte alle opportunità di studio che mi si potevano offrire. Perdemmo di vista il valore della conoscenza intesa come bagaglio di nozioni ed esperienze che concorrono a definire una data cultura, ma soprattutto la capacità di valutare certi traguardi scolastici e culturali non tanto e non solo per quello che offrono al loro termine, quanto piuttosto per ciò che possono dare durante il loro conseguimento in termini di soddisfazioni generali. Come dimenticare che quel complesso di conoscenze che a ciascuno di noi è dato costruirsi, rappresenta in definitiva l’unico “capitale” non soggetto a svalutazione e base per garantirsi una certa libertà di scelta? Nel frattempo, a rimandare momentaneamente l’effettiva decisione in proposito, intervenne una ennesima proposta di Franca relativa all’imminente programma di allenamento estivo: sarei potuta andare a Richmond, una cittadina situata a sedici chilometri da Londra, aggregandomi ad una coppia di pattinatori che ben conoscevo e che a loro volta avrebbero trascorso l’estate pattinando in una pista londinese, accompagnati dal loro allenatore di nazionalità inglese".