| da "Gabriele" Quella sera mentre nella camerata aleggiava un'aria di distensione, di quella pace per cui tutti quei ragazzi si battevano ma che col passare del tempo nessuno ricordava, il lampeggiante rosso illuminò la camerata tramutando quel momento di gioia in un vero e proprio fuoco senza calore. La sirena urlava tanto forte da far dolere lo stomaco, da divenire tale all'urlo di un animale ferito. Roberto che prima si stava rilassando sulla sua branda, schizzo in piedi, tutti schizzarono in piedi, mentre le luci si spegnevano ad una ad una. Un grande andirivieni di ragazzi poco più maturi di un bambino correvano freneticamente per il campo, forse senza capire neppure loro quanto stava succedendo. Un aereo nemico stava attaccando. Roberto correva come tutti gli altri correva per la vita, verso quella macchina che poteva aiutarlo a non farsela rubare, correva tra il campo bagnato da quella pioggia caratteristica del posto, che dopo parecchi mesi diveniva quasi piacevole parte integrante della propria giornata, il suolo fangoso era cosi instabile sotto i pesanti scarponi che Roberto scivolo ritrovandosi con la faccia nel fango, e quell'odore, quella sensazione disgustante di morbidezza della terra mischiata all'acqua lo fece tornare al lungo periodo di addestramento in accademia, alle massacranti marce sotto il sole cocente, sotto l'acqua pungente, o vento imponente; alle estenuanti esercitazioni. Quante volte era caduto ma prontamente si era rialzato, amava quella vita, amava quella caserma essa era la sua famiglia, quella famiglia che non aveva. Tornò alla sua vista anche il suo istruttore, quell'ometto basso ma duro, cosi duro che nemmeno l’acciaio avrebbe potuto eguagliarlo. Quanto lo odiava, ma solo ora scopriva che in fondo in fondo lo considerava come un padre, e lui li considerava come figli, nonostante la sua severità, la sua arroganza, sapeva solo ora perché si preoccupava di tramutarli come diceva lui “in uomini duri”, ora sapeva perché, perché se la sapessero cavare in ogni momento, ma soprattutto perché riuscissero a mantenere intatta la propria vita e quella dei loro compagni. Velocemente sali su per le piccole insenature del suo aereo, mentre intorno a lui grida di ragazzi che cadevano uccisi, spari, scoppi, fumo e sangue si mischiavano in un orrendo caos di suoni e di odori. Le mani tremavano, mentre cercava di azionare il suo apparecchio le guardo e penso fra di se che non dovrebbero tremare le mani a un uomo che ne ha viste a centinaia di queste scene, ma finché hai paura finché sei disgustato da tutto ciò che sta succedendo, devi essere felice perché vuol dire che sei sempre un uomo che ama la pace. L'aereo si alzo in volo. La notte, quella notte non sembrava tale, il fuoco illuminava con un bagliore flebile il cielo, quella luce di morte quella luce a cui anche lui avrebbe in pochi istanti contribuito ad aumentare lo stava facendo sentir male. Quanto odiava in quel momento trovarsi li, quanto odiava dover uccidere per difendere un sentimento che predicava il contrario. La spia sonora dell'intercettamento e la voce della torre lo riportarono alla dura realtà, mentre le mani che tenevano stretta la cloche sudavano come sotto ad una pioggia. Mille pensieri ancora riempirono la sua mente prima che il pulsante rosso che indicava il fuoco fosse premuto con orribile freddezza da quel dito che pareva non appartenere a lui. Anche quella volta l'aveva scampata, ma per quanto sarebbe riuscito ancora a sopravvivere? Questa la domanda a cui tutta la mattina avrebbe atteso una risposta, e per questo appena scesi i pochi gradini del suo aereo non poté rimanere indifferente alla luce del sole che pian piano illuminava la baia tingendo il cielo ed il mare di un celeste che pareva voler entragli dentro, cosi chiuse gli occhi e respiro la vita a pieni polmoni. Il passo lento non era data dalla stanchezza, ma bensì dal ricordo di Silvia, che lo aveva come rapito, in mezzo a quella confusione era l’unico modo per staccarsi dalla disgustante realtà, che come un avvoltoio che attende la fine della povera bestia stremata dalle profonde ferite pareva attendere un suo cedimento. Giunto a quanto rimaneva della sua camerata si lasciò cadere sulla polverosa branda, addormentandosi nell'illusione di ritrovarsi tra le braccia di Silvia al suo risveglio. Ma cosi non fu.
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