| da "Strani risvolti quotidiani" “Comunque, le allucinazioni sono contagiose. Per esempio, una mia amica di Torino, la Chiara, pedalando in piazza Castello una bella e calda sera di maggio, si guardava intorno tra una sbuffata e l’altra, ha una bici pesantissima, la Chiara, osservava quel salotto urbano ancora pieno di gente che chiacchierava, si baciava e un po’ sudava, perché c’era caldo, quella sera lì. Era lì tutta presa da considerazioni sulla bellezza del caldo, che sembrava una di quelle luminose e affascinanti amazzoni di Biciclette, l’ultimo racconto, quando all’improvviso le compare sulla destra una vecchia signora borbottante, che stringe fra le braccia un enorme coniglio bianco. Non smette neanche di pedalare, la Chiara, ma afferra al volo le parole che la vecchia rivolge a due abili baciatori, intrecciati fra una parentesi rosa e l’altra in modo ormai inestricabile, un viluppo di baci e di sudore e di saliva e di pelle umana e di mani sotto le magliette e nei capelli, che ormai i due erano diventati un groviglio umano, con le labbra rumorosamente intente a desiderarsi e cercarsi; la vecchia dicevo, proferisce le seguenti parole, rivolta all’umano gomitolo: - Mi prendono sempre per pazza, una volta hanno anche chiamato l’ambulanza, Torino non è più quella di una volta… Gli innamorati, per fortuna, invece, si baciano sempre come una volta, magari anche meglio, a giudicare dalla maestria di quel viluppo umano sulla panchina di piazza Castello a Torino, una sera di maggio. Magari Chiara è capitata dentro ad Alice nel paese delle meraviglie, quella volta lì, e il coniglio era quello con l’orologio enorme, che ha sempre fretta, e la vecchietta era un nuovo personaggio della storia, perché le storie si inseguono dentro di noi, si attorcigliano come gli innamorati, diventano una fonte da cui la fantasia può attingere, per incantare e stupire. Magari piazza Castello è allucinogena, mi viene da pensare, e la Chiara che passa sempre di lì in bici vive in un perenne stato alterato di coscienza. Io ci andrei volentieri, con la Chiara, in piazza Castello, per esempio” (da Allucinazioni). (….) Le rivelazioni che avvengono sui treni sono micidiali. Una volta che ero io quello che faceva finta di farsi gli affari suoi, ben trincerato dietro un giornale, ho sentito due che litigavano, nel senso di un uomo e una donna, che stavolta li ho fregati io, pensavo, visto che non si curano della mia presenza e invece io li sto ascoltando, mentre fingo interesse per il giornale, in uno di quegli scompartimenti moderni, fatti a corriera, dove mimetizzarsi è molto più semplice che negli scompartimenti chiusi. Motivo del litigio era che lei aveva beccato dei messaggini un po’ troppo espliciti sul cellulare di lui, del tipo: “Non vedo l’ora di incontrarti ancora, starai via per molti giorni?” “Sento ancora il tuo profumo qui accanto a me” e così via e la moglie, i due erano sposati, strillava come una moglie tradita e lo prendeva a sberle, così, davanti a me che fingevo di leggere il giornale, ma sentivo il rumore degli schiaffi. Lei era particolarmente incazzata perché mentre loro stavano andando a Venezia per tre romantici giorni in occasione di non so quale anniversario di matrimonio, lui riceveva sms esplicitamente indicativi del suo tradimento da una che era la sua collega d’ufficio, che era stata anche a cena a casa loro, una sera, col rispettivo marito e lei, la moglie, si sentiva umiliata e presa per il culo da un comportamento del genere da parte del marito, come si permetteva di portarle in casa le sue troie. Le donne quando parlano di altre donne perdono il senso del rispetto e della misura, delle volte, ho pensato. È andata a finire che lei è scesa alla prima stazione, gridando al marito la sua indignazione e la sua intenzione di rientrare a casa e contattare un avvocato. Una reazione un po’ esagerata, ho pensato. Ma sì, vattene a fare in culo, così ti levi dai piedi, che era ora, ha detto lui, fra sé e sé, ma fino a un certo punto, visto che ho sentito anch’io, che continuavo a fingere interesse per il giornale. Poi lui ha detto, rivolto a me: - E tu fatti gli affari tuoi, pezzo di merda. Forse aveva notato che ero sempre alla stessa pagina. Io adesso, allora ho pensato, gli dico di andare a cagare, lui, sua moglie e la sua morosa, che dovevano essere due deficienti quelle due lì, per andare con uno così stronzo e che sua moglie faceva bene sì ad andarsene, ma che certo era lei quella che ci guadagnava; poi non gliel’ho mica detto di andare a cagare e tutto il resto e ho continuato imperterrito a mostrare interesse per il giornale, proseguendo nella mia finzione come se lui non avesse neanche parlato. Che così sono più credibile, ho pensato, se non rispondo alle provocazioni di questo losco individuo, arrogante ed iperteso” (da Treni). (…) “invece, niente da fare, l'ho sempre dovuta ricomprare, la bicicletta, che io non ne posso fare a meno, per me è come il cavallo per un cowboy nel far west, la bicicletta. Per me è indispensabile, la bici, la cavalco anche sulla neve fresca o sul ghiaccio, con destrezza da funambolo, potrei anche andarci su una corda appesa al cielo, con la bici, mi piace esagerare delle volte, ormai lo sapete, che Biciclette è l’ultimo racconto di questa opera compatta, da cui emerge chiaramente l’ego ipertrofico e irascibile dell’autore, dieci racconti a tema, questo, per esempio, sulle biciclette, come si può capire fin dal titolo, che i miei non sono mica titoli ambigui, direi, sono proprio chiari e lampanti, i miei titoli. […] Comunque sono bellissime le donne in bicicletta, sono proprio la mia passione, quando attraversano le vie del centro sulle bici, con le gonne svolazzanti, sorridenti come bambine e affascinanti come amazzoni, che cavalcano le biciclette come destrieri e attraversano la città sotto il sole d’estate, con il sudore che rende le loro pelli lucide e sexy, ancora più desiderabili” (da Biciclette).
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