da "Forte e Kiaro"


(...) “I “nostri” sono un gruppo di ragazzi ke vive sognando, ma i loro sogni non si avverano mai, perkè si svegliano quando il regista sta per girare l’ultima scena, quella dove tutti dovrebbero essere felici e contenti; e la realtà li riporta nell’insoddisfazione, nella rabbia e nella consapevolezza di non abbassare mai la guardia. Troppo sensibili da un verso; troppo poco dall’altro, dipende dai punti di vista.” (...)


(...) “Questa volta esce sconfitto il nostro, ma è contento di questo; di mettersi alla prova e perdere, per poi ricominciare i vari sconvolgimenti con più gusto. Non è più uno di quelli ke bevono una sera per indossare i panni del matto e poi, dopo una poco dignitosa collassata, abbandonano il campo per una vita regolata da skemi più o meno convenzionali; sentendosi in colpa mentre, il mattino dopo, si rivestono da figlio perfetto, studente modello o giovane lavoratore in carriera. Non ha bisogno della inutile lucidità di taluni momenti, non vuole più tutto sotto controllo, oramai ha capito di sentire il bisogno di toccare il fondo, di lavarsi la coscienza nel vomito. A volte unico modo per sentirsi vivo in una città dove trionfano lo scrauso, il mediume, il triste.” (...)


(...) “Adesso forse capisce un po’ meglio da dove arrivano l’odio, l’insoddisfazione e la recondita voglia di farsi male; vengono dalla fiducia confidata nell’amore, nel suo modo morboso di viverlo, con la sensazione di essere, pensare e agire come una coppia, nell’affidare totalmente la felicità in un’altra persona ke diventa l’armatura con cui proteggersi dalle avversità della vita. È questa creazione di un mondo irreale, kiuso in una cappa di vetro ke lo faceva sentire arrivato, appagato, con l’unica preoccupazione di non turbare lo status quo delle cose, per non intaccare questa artificiosa visione dell’amare come rifugio dallo sbilanciarsi, dal mettersi alla prova ma principalmente dal vivere. Il suo grande sbaglio è stato di aver vissuto infantilmente da uomo, da ragazzo ke si comporta da adulto senza il gusto di sentirsi giovane; troppo occupato a cercare quello ke volevano gli altri da lui per accorgersi di quello ke voleva da se stesso compiendo l’errore di credersi arrivato al traguardo. Ora lo sa ke la gara è appena iniziata. Ora lo sa e ne paga le conseguenze.” (...)


(...) “Allora si conforta con i “suoi”; i disadattati, i marci fuori ma pieni dentro, i tipi sospetti con i loro mille problemi, mille inquietudini e mille scazzi; quelli ke sembrano i cattivi, come i bastardi pelle rossa collezionisti di scalpi nei vekki film western alla John Wayne. Ma gli unici ke, a volte, lo fanno volare un metro sopra la merda. Alla distanza giusta per continuare a sentirne la puzza… ma in fondo, da quando è piccolo, tutti gli hanno sempre detto ke nella vita uno si deve accontentare… come si dice ki si accontenta gode.” (...)


(...) “La capitale notturna è di un fascino indescrivibile quando è deserta. I “nostri” passeggiano con lo sguardo nel bosco di antenne e parabole ke sovrastano i tetti della Roma bene; con le sue case dai soffitti alti per far aleggiare meglio il profumo dei soldi attraverso i quali è decisamente più facile comprare anke lussuosi sogni da mettere in mostra e ke diventano subito realtà. Ma ki non possiede i primi ha imparato a far finta di detestarli ed ad accontentarsi di aspettare la svendita dei secondi, a comprarli usati o con difetto di fabbrica. Per questi due ragazzi invece i sogni sono qualcosa per cui lottare; lottare e sapere di perdere in partenza dando così significato massimo a quei poki ke si avverano. Nonostante i tanti calci in faccia regalati a buffo dal mondo; i sogni per loro rimangono tali e quindi sempre preziosi, in quanto pozzo inesauribile di emozioni ke sono la benzina per far correre ad alta velocità la fuori sere della vita. Nonostante gli rollino le gambe i “nostri” si alzano e si affacciano su piazza del campidoglio. Si sentono come Marco Aurelio sul cavallo; sono i re di Roma.” (...)