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da "Una corsa incontro al passato"
"A quell’età
avevamo nel cuore ruspe pronte a spazzare via ogni sopruso ed ogni
mediocrità. Ognuno sentiva il bisogno di sperimentarsi, approfondire,
rischiare. Ricordo che con Walter, grande amico di quei tempi, ci
sembrava necessario tirare le quattro di mattina, per la gioia delle
nostre mamme, discutendo dei massimi sistemi, di cinema e rivoluzione,
di tutto e di niente. Con il sogno di poter comprendere interamente la
vita, la sua partitura segreta".
Appunti sui luoghi
Una
corsa a Trieste, la maratona, che lungo un percorso a lui ben noto, dà
modo all’autore, attraversando vari luoghi, di dimostrare il grande
amore per la sua città.
Una città, incrocio di più razze e più culture, un po’ fuori dagli
schemi comuni, sempre in bilico fra la nostalgia per il florido passato
austriaco e l’attuale difficoltà a trovare un proprio ruolo.
Una città che conobbe ben altri fasti, che affascinò persino il
giovane Sigmund Freud che qui iniziò il primo lavoro di ricerca (gonadi
nell’anguilla maschio) ancora un po’ lontano da quello che sarebbe
divenuto il suo ben noto futuro. La stessa città che attrasse molti
personaggi famosi, non certo utimo James Joyce, uno dei più grandi
scrittori del novecento, gaudente frequentatore di donne ed osterie
locali, che comunicava epistolarmente con Italo Svevo in puro dialetto
triestino. Oltre a denominare “l’Ulisse, su mare grega” nota
imprecazione tipica di queste parti, scriveva: “Ma ocio a no sbregar
el lastico perché dopo nasserà confusion. Meio saria cior ‘na
valigia che se pol serar cola ciave che nissun pol verzer...” “cassa
no iera ciavada con ciave, ma iera solo roba de ciodi che go comprà de
un talian...” continuando con un “paga mio fradel el professor dela
Berlitz Cul” singolare ed un po’ volgarotta ridenominazione della
poco amata “School”. Era una specie di Pampurio, Joyce, che cambiava
costantemente appartamento ed è impossibile durante la maratona non
passare nei pressi di alcune delle sue numerosissime abitazioni.
Poi la gara entra nel Porto Vecchio, da lustri protagonista di acerrimi
scontri tra coloro che vorrebbero riportarlo all’antico, probabilmente
irripetibile, splendore e chi vorrebbe una sua trasformazione in
residence, giardini, teatri e cinema.
Si prosegue per il lungomare di Barcola, luogo deputato per il
“bagno” dei triestini che a migliaia si distendono praticamente sul
marciapiede solo da alcuni anni diviso dalla carreggiata da una siepe di
oleandri che nasconde alla vista degli automobilisti gli splendidi corpi
delle mule, spesso con il seno al vento e ridottissimi slip causa di
innumerevoli tamponamenti tra i conducenti il cui sguardo cadeva in
tentazione.
Al termine del lungomare c’è il castello di Miramar, radioso sogno di
Massimiliano d’Asburgo.
L’autore si ritiene parzialmente proprietario del parco lasciato in
dono dall’arciduca ai cittadini di Trieste, quindi un
duecentomillesimo è anche suo. Dell’autore, s’intende, che si è
autoproclamato possessore di un corbezzolo che fa bella mostra di sé
nel vialetto che conduce ai cannoni che fortunatamente mai hanno dovuto
difendere l’amato castello.
La corsa non tocca però Miramar, ma prosegue per
la Costiera
al termine della quale s’imboccherà la via del ritorno. Altro non sarà
che il percorso intrapreso dal turista che sta arrivando a Trieste, un
suggestivo biglietto da visita, una via di comunicazione che i cittadini
ritengono parte della loro anima. Chilometri di strada panoramica a
picco sul mare con vista sul castello e sull’intera città che presto
si offrirà ai maratoneti come ai turisti, lasciando a tutti un ricordo
indelebile.
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